Fuochi

Di un solo fuoco fatuo
Sulla mia testa all’alba
Dell’alba del tempo
Tutte insieme, come fogli anneriti
Bruciano e trasvolano
Le sovrastrutture e i calcoli
E le ecolalie e i giorni intensi
Come uno stormo di lucciole spente
Ebbre della notte, ormai annichilite

Tutto brucia, in azzurro
Ma non brucia
E i fosfeni sul metro di colore
Si perdono e saltellano
Uno per volta, in ritmi di senso.

Sono sparite le aspettative
E i ricordi e le mattine
A guardarmi allo specchio
A invecchiarmi gli occhi.

Jelly

“E c’è sempre luce
Ma non è mai giorno”

In un preludio di pensieri
Come se mi sfuggisse
Il termine il suono
Di gelatina verdazzurra
Che schiaccio tra le mani
E scende lungo il braccio
S’infila sotto la stoffa

Parole, ero brava, con le parole
Credo si siano consumate
Forse troppe, forse troppo
Le ho usate, gli stecchini saltati
E le dighe di ciò che non volevo dire
Sono esplose, in pezzi di gelatina e gomma da masticare.

Di parole, sono scesa
Nel pozzo profondo dell’afonia
Guardo, dal basso nel cerchio buio
E dall’alto dal cerchio bianco
“Non mi ricordo più se so scrivere o no”.

Imago

Il futuro è un sentimento
A tratti un po’ cupo
Più che altro misterioso
È un tempo che non esiste
Ed è esistito
Quando non eravamo neanche momenti
Quando non eravamo nemmeno noi
A calpestare i boschi e le strade
In quei momenti della nostra assenza
Nessuno ne indovinava il divenire,
E però, oggi, ho scoperto che il futuro
Mi ha in qualche modo ingannato
Come il mago delle carte
Ed io che ero così ingenua
Ho permesso che si rubasse le mie identità
E mi nascondesse i numeri
In una matematica non euclidea

Io, non lo so dove si è cacciato il sogno di futuro
Che avevo quando ero piccola
Non è qui, non è qui
Tu, non sei qui.
Forse, il futuro eri tu
O forse mi sono sbagliata per tutto questo tempo
A credere che l’immaginario potesse bastare.

Non mi piace oggi questa fantasia,
È troppo, è di troppo. È l’inganno
Di un mago che non sa nascondere bene le carte.

Instorie

Che il tempo e il denaro
Che le storie e i desideri
Vissuti o incagliati,
Nelle insenature e nei fiordi
Tra sassi bianchi e rocce nere

Loro, di cui nulla c’è da dire
Loro, fluiscono di miele
E invitano e incitano e lanciano
Ciottoli nel centro
Al centro si dilagano
E allagato e allargato
Il cuore rimane scolpito
In stupore e in sogno di sole.

Così, del desiderio e del resto
Non c’è nulla da dire
O della storia o del tempo.
C’è solo da.

Estinzione

Quando hai treanni
Senti che grande
Significa grande
E ti innamori e ammiri
Dinosauri e draghi e giganti

Quando hai trentanni
D’improvviso cade il cielo
Una pioggia di meteoriti
Oceani e mari e montagne e cata e clismi
Tutto sprofonda e si solleva
Dinosauri eterni e grandi dissolti
In ossa di polvere e carne pesta

Tutto cambia, e intravedi
Cosa sia la vera potenza:
Il piccolo topo nascosto
Che attende passi la tempesta.

Rovi

Letto di rose
E di spine
Ed io ero la rosa di cui godevi
E la spina di cui piangevi

Sulla schiena a godere
Sulle mani a soffrire
Tra le mani lacrime
Tra le mani i seni

E nel sogno che ti sogno
Che mi ritrovo a fare da fulmine
Potrei incendiare tutto
O inventare il fuoco
Chissà su quale baratro
Si può spalancare il tempo.

In un guado di sole
Il fango del possibile si asciuga
E infine lo vedi che forma
Se sia spina o se sia rosa,
La mia e la tua, insieme
Concluse.

Avventori

Non ha la faccia simpatica
Non parla chiaro, una catena di sillabe
Di qualche regione che non so
Beve la stessa birra per intere ore
Ormai calda, roca e smontata

Non è un posto raffinato
Ci sono quelli come lui
Con facce da frequentatori assidui
Più per non avere altri rifugi

Non lo conosco ed io ho fretta
Perdo il treno, l’ultimo
Però c’è di buono che sa molte cose
Questo fittizio avventore
E mi parla come farebbe con chiunque
Mi parla e mi dice cose sagge
Un pelo strafottenti, ma di saggezza pacata
Ne ho piena la pelle, preferisco sia rude.

E, come per magia, in un sogno tutto si può
Scopro che qualcuno ancora mi ascolta
Se gli parlo di te.
Ci siamo dati appuntamento, domani
Nella mia testa. Domani, ancora un po’ di.

Primordiale

In un posto secco
E umido, pieno di sassi bianchi, rosa rossi gialli
Sulla riva del tempo
Con un vento che non si ferma
Neanche a raccogliere le penne perdute

In un posto senza vita visibile
Senza un suono umano o meccanico
Che ne sprechi la pace e ne illuda le albe

In quel posto prima di tutto
Un primordiale momento cristallizzato
Pieno di vapori e tumidi fiori e timidi insetti
Tutto che striscia e vola e salta

Qui, insieme, riposa
Chi amammo in vita.

Cancelletti

Cancelletti bassi
A ridosso di un muro rosa
Una scuola, forse la mia
Corrono indefiniti
Lungo il perimetro
Sembrano non finire
E io non riesco a raggiungere
Seppure correndo forte
L’angolo che c’è oltre alla collina
Non vedo cosa ci sia dietro

Potrei scavalcarlo
Potrei fermarmi
Uscire, uscire dal gioco
Ma il cancello è un destino crudele
E mi sostiene, divorando i miei metri
Una sbarra via l’altra, come un binario
Un binario verticale in un mondo orizzontale

E io non mi fermo
Corro perché so
Che dietro l’angolo
Arriverò tardi,
A campanella già suonata.

Anni

Nei miei anni migliori
In fondo al vicolo
Sulle macerie ch’erano me stessa
Un suono come di battaglia
O forse era di padelle e stonature
E una luce, intermittente
Forse rossa o forse assente
Quando ero e quando non ero
E quando fosti e quando fui

Lì, in quel momento sull’orlo
Di un momento devastante
Mi sono ricordata
Che i miei migliori anni
Non li avresti mai visti

Te li dedico, anche se mangi poco
Anche se sei troppo magro
Anche se fino alle stelle
Non ho davvero idea
Ti raggiungerà la mia testa
Là, tra gli alberi, di là dal fiume.

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