S

La sensazione di un ritorno
un gradito regredire
in angoli riscaldati
con tutte le mie cose
lì, in bel disordine

Tutto coincide
con il silenzio di sole
che volevo da tanto.

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Il morto di Maigret

Il morto di Maigret – Simenon
Avevo visto lo sceneggiato inglese appena uscito e dai pochi episodi ero incuriosita dalla figura del commissario. Aveva un senso umano che da molto tempo cercavo nei libri senza trovarlo spesso quanto avrei voluto.
La trama è nota e non la voglio ribadire, il genere più che giallo, lo definirei poliziesco/noir/psicologico, una combinazione davvero riuscita.
E secondo me è merito dell’autore che sa descrivere i personaggi offrendone un ritratto reale e vivo, indipendentemente da quanto appariranno nella storia.
Maigret si impegna per entrare a fondo nella mente delle vittime e dei carnefici, ne conosce le abitudini, quasi le intuisce. E lui stesso viene ben raccontato rimanendo in un certo modo sfuggente, nebuloso nel pulviscolo delle riflessioni e dei gesti.
Mi ha fatto venire voglia di continuare a leggere fino in fondo, una cosa rara, per me.
Simenon ha molto talento nella costruzione delle sue figure, eppure non le vizia o coccola.
Sono rimasta piacevolmente colpita.

Dopo

Dopo di questo
solo cose belle
nella graphic novel
fatta a colori puri
e infiltrazioni di insulti,
mentre curiosi i nasi
si gelano al vento del Se
nei cervelli gira il solito refrain
“dopo di questo
solo cose fantastiche
e dove trovarle”

Cose che già sono
ma i nasi non ne sanno l’odore.

Smetto

Non ho voglia di
tante cose, tante azioni
nirvana a buon mercato?
Un raggiunto apice
di saggezza voluttuaria?

Non ho voglia
né desiderio
di ammassi fisici
di circonvoluzioni oniriche
non smanio, non bramo

La pace, che sia questa?
Tu, io, casa, abbracci e nient’altro.

Potrei anche smettere

Storie della tua vita

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Storie della tua vita – Ted Chiang

Il racconto più famoso della serie è stato lo spunto per un bellissimo film di fantascienza (Arrival) che ne conserva l’ispirazione scatologica ed è quello che dà il titolo alla raccolta. Il libro, infatti, procede per tappe, come se esplorasse le domande fondamentali dell’essere umani e tentasse di rispondervi utilizzando leggende antiche e futuri probabili, spaziando nei millenni per capire come e dove il concetto di umanità si sia formato.
Già a partire dal primo racconto, basato sul mito di Babilonia capiamo bene lo stile di Chiang: un lento dispiegarsi, metodico e matematico (alcuni dilemmi sono frutto di matematica e logica, tra l’altro) di teorie portate alle estreme conseguenze: cosa sarebbe successo se la torre avesse davvero toccato il cielo e raggiunto Dio? Che aspetto avrebbe avuto? Come sarebbe stato possibile costruirla? Che aspetto avrebbe avuto il cielo, che consistenza e penetrabilità per gli uomini antichi? Fino alla domanda più importante, il primo motore immobile dell’impresa: cosa c’è oltre il cielo?
Perché Chiang usa sì queste domande, ma le lascia senza risposta. Le dispiega con coscienza, come un matematico sviluppa le sue stringhe di calcoli esplorando ogni possibilità deduttiva e poi, alla fine, rimane senza una risposta definitiva. A me è piaciuto moltissimo, la precisione e la ricchezza quasi incuranti con cui si viene introdotti in sistemi di vita e di pensiero diversi dagli attuali (non solo nel primo racconto, ma anche in Settantadue lettere, basato sulla leggenda del Golem ebraico dove per produrre un uomo o un automa basta inserire in essi la giusta combinazione di lettere, come un processo di coding ante litteram) è fenomenale: nessuna grande spiegazione, nessun colpo di scena incredibile, solo l’arrivo logico alle conclusioni estreme di processi nati da minuzie.
Vi lascio la lista di alcune delle domande (mi manca un racconto) che, secondo me, hanno generato i racconti.
Cosa c’è oltre il cielo? Quanto è grande la capacità di comprensione del cervello umano? E se la matematica fosse sbagliata? Cos’è il tempo e come si scrive? Come si genera la vita e perché dura da tanto? Dio è indifferente, compassionevole o crudele?

Quelle

Quelle cose che pure sapendole
Fatichi a saperle
E incedono erranti
Eccedono la misura

Un passo via l’altro
Tra le strade incroci
I fantasmi delle cose che sapevi
Che ti davano un modo
E una lente in sangue
Attraverso cui vedevi, fiducioso.

Ma le cose in polvere
Le hai dimenticate, o perse
E allora la smetti di cercare
Gli amori cui tenevi tanto
Tanto di vita da morirne.

Lettera al mio giudice

Non avevo mai letto Simenon. Me ne è venuta voglia dopo le quattro puntate di Maigret viste in tv fatte dalla BBC. Ci ho sentito talmente tanta umana pietà (in senso etimologico di pietas latina, il rispetto per l’umanità e le sue esigenze, in primis dei nostri amati) che mi ha colpito così da volerlo leggere.
Allora ho scelto “Lettera al mio giudice”, che in realtà non parla di Maigret, ma come inizio pareva promettente.
La storia è facile: un uomo che ha sempre vissuto nel solco della bontà docile, che si è fatto guidare dagli altri e dagli eventi come un bue bendato, improvvisamente scopre i sentimenti e si innamora. Non in modo romantico, come viene da pensare all’inizio, ma in modo TOTALE e devastante. Due individui ugualmente in balia del mondo per motivi diversi che di colpo trovano la purezza nell’incontro una nell’altro.
Un tipo di unione così assoluta da non poter reggere a ciò che era prima e ciò che sarà dopo, direi quasi atemporale.
L’uomo perde il controllo di sé stesso, o meglio lo assume per la prima volta e la maschera borghese che indossava la getta alle ortiche in poco tempo, non per odio o disprezzo, ma perché il suo orizzonte è ormai invaso da un’unica esistenza: lui e lei. Insieme, per sempre. Qui o altrove, poco importa.
Se nell’inizio questo amore suona sordido, un ricovero per senza tetto, dove due corpi si limitano a desiderarsi per l’assoluta insipienza delle loro vite, in realtà brilla di luce propria.
E in sé contiene già la fine.
Il giudice viene evocato e pare quasi annuire ad ogni parola, ad ogni passaggio.
L’uomo non vuole scusarsi, essere assolto o avere ragione, ha il bisogno solo di raccontare, con molta amara rassegnazione di chi non ha più niente a che fare nel mondo, ciò che ha vissuto e le estreme conseguenze cui si è fatto trascinare.
Un romanzo vertiginoso, particolare, coinvolgente e senza scampo.
Come primo approccio a Simenon, mi è piaciuto moltissimo.

Colorama e Cromorama

Questi due volumi li ho tenuti nella lista desideri per TANTO tempo, finalmente me li sono regalati e ne è valsa la pena.
Colorama è un campionario di 133 tinte con annesso un breve trafiletto per raccontarne curiosità, storia e usi. Un libro pensato per i ragazzi, ma indispensabile a chiunque ami i colori e voglia impararne qualcosa, confrontarli con le proprie categorie mentali e divertirsi a comprenderne le differenze sottili. Un catalogo di colori. (nei commenti una foto delle pagine)
Cromorama è un saggio sulla teoria del colore che percorre anche la sua storia nel corso dei secoli e delle culture occidentali. Scritto da un bravissimo graphic designer, è corredato da immagini, esempi intriganti e uno stile coinvolgente e asciutto. Offre una panoramica interessantissima su PERCHÈ, COME E QUANTO siamo in grado di classificare, usare e distinguere i colori in tutti i campi della visione umana. Consigliatissimo agli amanti dell’arte, del design e ai curiosi in genere.

Misteri

Se di misteri
il tempo sia goloso
o forse geloso

Mentre tu ti affanni
e sei bravo fai cose
dici pensieri non tuoi
così meritevoli, così indispensabili
E sei produttivo, certo
ti alzi lavori consumi produci
e poi sbraiti contro il cielo
se ti scarica i suoi fulmini

In un punto che non vedi
dietro l’angolo piccolo e grigio
lì, si annida il tempo
e tu lo stai perdendo.

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