Tempesta

Ho sognato tu
Che mi guardavi con sospetto
Come fossi un ordigno carnoso
Eri smagrito, tanto smagrito
E io ti chiedevo, e tu nicchiavi
Era un dolore la tua fuga
Non sapevo nulla
E tu mi dicesti che ero

E poi ho sognato lui
Che lo andavo a trovare
L’amico d’infanzia
Amatissimo e sconosciutissimo
Mi dava un bacio in fronte
Come si dà a un reduce
O a un malato terminale

E infine loro
I miei inutili soldati di legno
Che dispongo diligente, ogni ciclo
E poi cadono, si incendiano, si buttano
Senza un fiato, con il gelo perenne
Dell’imperfezione.

Non è stata una notte
È stato un gorgo grigio e ghiacciato
Dov’ero senza fiato e insieme immobile
Mentre giravo ansante incollata ai vetri
Per capire quando avrebbe smesso
La tormenta nel mio cuore.

Limbico

Sono in un limbo
Sull’orlo perenne
Di un discendere in salita
E non ha tempo
Il luogo è impermanente
Perfetto e incorrotto
Non c’è un dopo
E non un poi

Sono in un posto grigio
E bianco l’albero di giada
Mi risplende sul palmo

Sono in un tempo addormentato
E svegliandomi potrei
Rivedere ancora

La tua, la mia

Scrivo un diario
della tua mancanza
della mia astinenza
come se un lungo muro
e una cupola di aria solida
mi si fossero costruite
intorno al cuore

E scrivo questo tempo
dove sei tu a partire
e io a naufragare
non è male respirare
un po’ di acqua, fra il dolcissimo tuo mancare

Non è male
potrei anche rincorrerti
mi resterebbe il dubbio, però
di correre dietro a me stessa.

Regole

#alioliart

La regola d’oro
A volte si arrugginisce
E la lancio con forza
In bacili di pietra
Che si franga e si disciolga
La regola d’oro
E allora l’anarchia mi prende per mano
E penso alla regola migliore
Quella che viene ulteriore
La regola di essenza
Che mi rimette al mondo
E monda, mi permette di essere
Libera di volerti fuori dai piedi.

Nuvole

Sono diventata un luogo
Dove passano i pensieri sentimentali
E le persone e i ricordi
Né apprensivo né lieto

Sono diventata il luogo
Di tutti i passaggi
E non ho nemmeno un fischietto
Per multare le nuvole
Che scorrono
Di pioggia e di sole.

Paralleli

Questa volta
Sotto le stelle
Su un piazzale di cemento
Una coperta e un lenzuolo
Divisi come bambini
E i tuoi progetti così assurdi
E i tuoi ricordi così precisi
Che nemmeno io li ricordavo

Questa volta un dubbio
E tu che non menti
E tu che mi sorridi e mi abbracci
Nel buio e nel suono trafficato
Di un futuro improbabile

Forse andrò ancora altrove
No, non voglio una casa
Mi sta bene viaggiare senza mezzi

E quel senso di calore e fastidio
Che pensarti ancora mi lascia.

Profumi

Ci profumiamo
Ci vantiamo di vaniglie
E ci rosoliamo in rose bulgare
Ci mondiamo fino alle ossa
In asettica delicatezza
Perchè siamo così impuri
Che solo una nuvola di eccesso
Potrà farci disdire
E impedire al nulla
Di cavalcare insinuante
Nelle nostre membra di cittadini del vuoto

Ci profumiamo
Convinti di amare di più
Col dolce candore
Di uno scheletro d’uccello.

All’improvviso bussano alla porta, Keret

keret

All’improvviso bussano alla porta, Etgar Keret

L’ho incontrato la prima volta in un documentario, mio marito ne aveva parlato molto bene e lui, mio marito, ha un gran gusto per la scrittura ben fatta e astrusa.
Un autore che vive in Israele, ebreo e polacco insieme, consapevole delle sue dinamiche molto più di quanto possa esserlo io dall’Italia e dall’Europa.
Questo libro è una raccolta di racconti, moltissimi racconti, ognuno dei quali autoconcluso.
E sono tutti molto strani, venati da tanto umorismo ebraico/orientale in cui i personaggi si trovano incastrati in meccanismi stritolanti più grandi di loro, dove il destino li costringe a ripetere gesti già fatti e a ricadere in situazioni anche peggiori di quelle iniziali. Ogni tanto spunta una bomba, un terrorista, ma sono inseriti nel tessuto delle storie come incidenti di percorso, normali evenienze di un posto che non conosco, come potrebbe esserlo una mucca per strada in India o un monaco buddhista in Giappone. Devo dire, però, che non ho provato paura od orrore, erano semplicemente lì, parte della realtà.
Ogni personaggio di queste storie si scompone un gran poco delle stranezze che gli capitano, come se sentissero di fare parte di una fiaba o di una leggenda dov’è naturale che una monetina rubata scateni conseguenze tremende nell’animo del ladro e che tale angoscia si rifletta fuori da lui con conseguenze particolari. Ecco, forse è questa la chiave di volta: le percezioni interne vengono concretizzate in eventi esterni, a volte consapevoli a volte no, come nelle fiabe tradizionali. È come se si vivesse nella testa di qualcuno che non conosciamo, come un sogno, o una barzelletta, perche Keret ci mette moltissimo umorismo, di quello lieve però, che fa pensare alle storie per bambini più belle. Non c’è mai qualcosa di nero o velenoso che passa sotto, anzi, le peggiori tragedie sfumano in momenti di angoscia solo personali, assunzioni in carico da parte di figure che potremmo incontrare dietro l’angolo, con una dose di fiducia e aspettativa (ma insieme disillusione) nelle doti umane che tutti abbiamo, molto rara nella produzione odierna.
Insomma, in tutto quel morire, sparire, rubare, c’è umanità e stupore complice, sorridente, come se l’autore ci dicesse che la vita è parecchio strana, pure nei momenti peggiori e per questo vale la pena raccontarla e ricamarci un po’ sopra, perché lo spettacolo che lasceremo sia quanto più possibile colorato, intenso e fruibile per i posteri. Consigliatissimo.

Questo è il mio sangue, Thiébaut

elise thiebaut

Questo è il mio sangue, Élise Thiébaut

L’autrice ha una certa età, ha passato da un pezzo il periodo dei periodi. Non ne soffre più. E questo la fa sentire autorizzata a poter riflettere ed analizzare il mistero più misterioso e insieme manifesto del corpo umano, nello specifico femminile, quindi anche più segreto, che è il ciclo mestruale, anzi per la precisione l’ultima fase di ogni ciclo: le mestruazioni.
Per farlo cerca di raccogliere più dati e storia possibili, compresa la propria, illustra ogni capitolo con la giusta dose di scetticismo consapevole offrendo ciò che dicono i libri e le ricerche, credendoci ma non totalmente, mantenendo il chiaro distacco ironico che un autore maturo può permettersi di fare senza risultare cinico.
La sua esperienza è cristallina, non usa mai eufemismi ridicoli, non estetizza e non misticizza, ne parla con quella schiettezza tutta francese che a tratti adoro a tratti mi irrita. Manca totalmente di poesia, tranne alcuni spruzzi apparentemente casuali che me la fanno apparire anche più simpatica. Insomma, la sua scrittura è decisamente consumata ed affinata, così insieme al gusto di leggere uno stile colto, si accompagna il gusto di conoscere tutti i risvolti moderni ed antichi, sacrali e brutali che le mestruazioni comportano, dimostrando una volta in più quanto sia una cosa comunissima e insieme lontanissima dal parlato comune, nonostante la sua famiglia fosse di larghe e innovative vedute.
Già dal titolo, infatti, c’è sotto un grande orgoglio, mai esplicitato, nel portare in sé questo strano orpello della natura che ci riconduce ad essere più simili a bestie che a sante, che ci rimette al nostro posto quando crediamo di esserci purificate di quella pulizia umana e disumana che un corpo asettico assicura: dopo la depilazione totale, la doccia sanificante, i capelli stirati, maneggiati, tinti, in piega, dopo il trucco correttivo e l’abito stirato, abbinato perfettamente, ecco che un poco di sangue e altre sostanze (proprio poco, nemmeno un bicchiere a volta) ci rimette al nostro posto, come Platone credeva. Ci rimette al ruolo di anello tra uomo e bestia, ci ricontatta con le cose più semplici e fastidiose, impedendoci di astrarci finalmente come i corpi maschili e diventare finalmente icone intoccabili.
Una lettura estremamente gradevole, senza intoppi o cadute, un saggio che scorre come un ottimo documentario pieno di curiosità, verità e rivelazioni. Lo consiglio a tutti, specialmente agli uomini.

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