A zio Piero

Io, effettivamente, i nonni non li ho mai avuti.
Dalla parte di madre, c’era solo la nonna che ogni tanto telefonava dal ricovero a casa per sapere qualcosa, non penso di averla mai vista.
Dalla parte di padre c’erano nonna Pasqua e nonno Andrea. Forse il più amato era nonno Andrea. Ma comunque li vedevo pochissimo, una volta al mese, forse. E anche di loro non ho per niente un bel ricordo o un tenero ricordo.
Quelli che avrei sentito più nonni, penso potrebbero essere i miei bisnonni, due vecchini di cui ricordo una sola visita, quando ero piccola piccola, poi scomparsi. Loro erano davvero dolci.
Non ho poi zii o zie cui fare riferimento. Non nomino nemmeno la zia Concetta, bigotta e tremenda. Insomma, a parte mia madre, non c’è la vasta rete di relazioni parentali che, nel bene e nel male, caratterizza le famiglie italiane. Non ho coltivato rapporti particolari con persone amate e più o meno anziane.
Così, per un certo verso, ho fatto mie certe figure pubbliche. Di sicuro ci gioca molto l’immaginazione, il desiderio di un pacato corrispondere di amorosi sensi che non ho potuto esperire. Non tanto perché fossero persone notevoli, che certo ha un peso, ma perché c’erano, erano lì. Presenti.
Fino a ieri pensavo di non avere questi parenti elettivi (di amici elettivi ne ho e ne sono cosciente), e invece scopro che era così.
Piero Angela rappresentava in qualche oscuro modo il parente saggio che avrei voluto. Quello che ti dice cose importanti facendole sembrare leggere e facili. Dico così perché, proprio come per un vero parente, per un bel po’ l’ho trovato anche noioso, come tutti i maestri sono quando si è cresciuti. Probabilmente avrei smesso di vederlo, fosse stato mio vero parente.
E così piango da ieri, non per le cose che mi ha insegnato, ma per un altro membro della mia teoretica famiglia che non c’è più. Me lo aspettavo un anno via l’altro, però quando succede è doloroso comunque.
Tra le moltissime cose che ho imparato da lui, a parte l’eleganza nel fare esperimenti ed ipotesi, è di certo il gusto di sapere senza essere troppo di piombo com’è mia abitudine. Un atomo può essere anche una palletta attorno a cui c’è una nuvola di elettroni. Perché insegnare la curiosità è la cosa migliore che ho di lui. Chissà di quante altre famiglie ipotetiche ha fatto parte, avrà come minimo milioni di nipoti.
A lui, per ricordarlo, dico che ha contribuito a fare di me ciò che Edgar Morin chiama “una testa ben fatta”. Grazie zio.

Estate lustrale

Estate lustrale
Lunga eterna e solinga
Come da bambina
“Mamma, mi annoio…”
“Pulisci camera tua”

Non ho mete
Né indirizzi
Vorrei fare senza fare nulla
Attorno il maelstrom di eroi
E dentro un vuoto così morbido
Da non volerlo riempire

Estate calda e pungente
Che mi prude e mi suda la nuca
Da così tanto

Estate che mi sciogli
Lo credi, tu, di sciogliermi i crepacci
Gelati e rocciosi, ficcando chiringuiti
Sulla superficie con musica noiosa e turisti

Estate lustrale, decennale e secolare
Oggi, col sudore a strapparmi la pelle
Non sono più bambina
Così lo seguirò quel consiglio
Pulirò la mia stanza

Tristezza

e tu, mentre mi guardi,
ricordati la tristezza
che provo a fregarti

Se nessuno balla
se tu stai fermo
io sola lo farò

perché il tempo mi sgoccioli
e le sue spire di seta
non mi imbriglino i passi

se tu non balli
sarò io a farlo

Massimo pericolo

Adesso che si dissipa
Riesco chiaramente a vedere
Con gli occhi dietro alla nuca
Tutti i giorni, pietre d’inciampo

Questo mi fa l’estate
Vivo così densamente
Dentro la mia testa
Mi parlo di continuo
Senza parole e pensieri

E così un’ora è un massacro
Un’ora corre come un’era
Quasi come una bufera e una tempesta
Tutte dentro a un finissimo cristallo a poco prezzo
Poggiato lì, sulla tavola da pranzo

Il patto

Il patto con Dio
Non so se l’abbiamo fatto
Forse è già troppo tardi
Per noi

Come se poi ci fosse mai stato
Un noi

Ma il patto
Lungo una vita
Per cui vorrei espandere
Il tempo e le catene mortali
Questa carne poco salda
L’ho davvero firmato?

Intanto mi restano le lenti
Che piano si consumano
Sempre più sabbiate
Dal tempo che scorre
E non mi lascia il tempo
Di scrivere una nota ancora
A Dio.

SETI

Mi ricordo benissimo il primo libro che amai alla follia. Avevo forse otto o nove anni, in casa passavano pochi libri per mancanza di molte cose: tempo, spazio, soldi. E così quel libro, che mi affascinava incredibilmente tanto, lo lessi credo venti volte. O forse di più. Ma non era solo carenza, era anche pura e semplice fascinazione: le parole, le frasi, il ritmo. Come una musica stampata che suonava solo nella mia testa.

Mi ricordo poi un secondo esempio, questa volta già ragazza, una mostra su Montale, o una conferenza non ricordo bene. Comprai immediatamente la raccolta completa.

Ricordo poi il primo volume di Proust, lasciato in un angolo dal mio ex che non era andato oltre le dieci pagine. Amore immediato.

Sono solo alcuni esempi, per comprendere cosa sia per me l’arte. Non cito l’arte visiva perché potrei scrivere altri sessanta capitoli, così mi limito a queste poche rimembranze.

Per darvi un’idea porto l’ultima poesia letta che mi ha fatto sciogliere qualunque freno inibitorio, per la precisione un pezzetto, l’ultimo

Ogni giorno che passa

è un ricadere brullo

nell’ombra che c’invita.

Irrompi a testa bassa

nel ridere, fanciullo,

devastaci la vita

un’altra volta e vivi.

Ecco, io non so cosa ci sia dentro ma questo pezzo, in particolare, mi trae dal petto un’innominabile malinconia, forse la parola più adatta è wabi sabi, o forse saudade, o anemoia, o qualcosa d’altro ancora. Cosa sento insomma quando leggo questo pezzo di Alfonso Gatto? Sento che io vorrei essere lui, che io sono lui, e che sento con lui esattamente ciò che scrive, come se un pezzetto di sacro fosse piombato dal cielo tramite le parole su una raccolta comprata a euro venticinque. Come se io e Alfonso avessimo parlato tutta la notte di questo fanciullo, ma parlato al buio, da soli, in quella intimità profonda che un’amicizia intensa può regalare. Questo sento. E questo vorrei fosse ciò che scrivo per chi lo legge. Così credo profondamente che scrivere debba essere uno squadernarsi incisivo di sé, pure se si parla di muschi di montagna o fisica quantistica, non importa la materia, poesia o architettura o astronomia o astrologia o didattica delle sfere. Tutto ma proprio tutto può portare a questo, per me. Mi sono sentita vicina a chi leggevo indipendentemente dalla materia del libro. Come mi sono sentita vicina al pittore/artista/musicista che dipinge/compone/suona sé stesso attraverso un tema che ama raccontare. Proprio ora dalla finestra suona un duo blues, e l’effetto è lo stesso. Io di blues so pochissimo, eppure mi fa sentire viva, qui e ora, connessa al centro del mondo e insieme a loro che suonano. Non lo so. È complicato spiegarlo.

Forse la persa che ha più spiegato meglio quel che penso è Robert Graves ne “La dea Bianca” dove dice che la poesia è un’emanazione del divino, interpretato da un mortale che si fa semplice tramite per renderlo intelligibile agli altri mortali. Penso spesso che abbia ragione.

A volte, molto di rado, succede che un pezzo di questo si colga qua e là, solo che essendo tutti diversi, risuona in noi in modi differenti e se a me il blues o Alfonso Gatto o Proust fanno sentire un grumo raggrinzito e gocciolante al posto del cuore, per altri sono altri temi.

Da qui, se posso parlare di invidia, posso dire di essere invidiosa a chi è in grado di tradurre un pezzo di cielo sulla terra, come un enorme esperimento SETI.

(Per questo mi fa molto molto impuntare l’uso banalizzante delle parole, per quanto legittimo. Discorso che però non voglio più affrontare.)

Ppp

Al prossimo primo passo
Prometto di non avere promesse
E mi rimangio ogni sole nero
Che incendia i giorni e le notti di colore

Al prossimo stadio di sviluppo
Prossimale, come un lutto ingoiato al sole
Prometto di non piangere più come prima
Di pietra, la mia clessidra, e i tanti orologi
E calendari e gnomoni, con tutto che

Al prossimo primo passeremo
Uno dopo l’altro sotto l’arco
Lungo il fiume di là dagli alberi
A prendere infine
La pace che meritiamo

Tigri

Ho sonno
Ho anche caldo
Un’incudine di raggi di sole
Tra la nuca e il cervello
Il peso lento e debole

Ma, per fortuna, c’è un fresco annuncio
Una lieta solitudine
Per una volta, o finalmente
Dipende dai punti di vita,
Sono immune alle zanzare
E le tigri, di carta e di melma,
Quelle stanno zitte, buone
E calme, affamate
In questa giungla che è la mia mente
Sono quiete, smemorate come sono
Ruggiscono sognando

Morgana

Qualche eone fa
Ti ho invocato
Mi mancavano i nostri incontri casuali

E così, come una morgana
Ti sei presentato
Saranno state le cinque, credo
O forse le cinsei
E tu c’eri, attorno al tavolo

Non parlavi, ma ascoltavi
Come raro sempre ti è stato
E guardavi, con me
La gente, la mamma e i doni
Scambiati

Grazie, te lo devo dire
Come sempre
Hai avuto la premura
Di presentarti proprio quando
Avevo le lacrime agli occhi

*
“Sono sola stasera senza di te
Mi hai lasciata da sola davanti al cielo
E non so leggere vienimi a prendere
Mi riconosci ho le tasche piene di sassi
Sono sola stasera senza di te
Mi hai lasciato da solo davanti a scuola
Mi vien da piangere
Arriva subito”

Voi non sapete

Voi non lo conoscete
Voi non sapete
Non avete anni di orgoglio
E anni di tormento
Anni difficili e anni d’amore
Anni intrappolati e poi liberati
Anni incredibili e secondi tremori

Voi non vi rendete conto
Blaterate di “qua è mio”
“qua fa schifo e io risolverò”

Ma voi non sapete
E non conoscete

Legittimo tutto, sia chiaro
Nessuno ha più diritti di voi
Ma io, io e noi, ne abbiamo altrettanti

Le rivoluzioni sono materia dei fiori
E non certo delle bombe o delle granate
Uno dopo l’altro crescono
Voi uno dopo l’altro vi annientate

E mi viene da dire ancora e ancora
Che voi, in fin dei conti,
Anche se mentite all’intero mondo
Anche se urlate forte e sbraitate a fondo
Voi comunque
Mentre noi in fondo quieti e soli
A braccia conserte vi osserviamo
Voi
Voi non sapete

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