figuracce

Non penso più per figure;
il mondo è un villaggio cupo
dove i calci agli stinchi
strascicano i sacchi vuoti

Io sono un calcio agli stinchi
sordo, vile e indifferente

La prosa che costruisce la terra
la sua intima essenza, d’atomi
poco allegri e raffazzonati,
controlla la quota di maggioranza

Lontane gnaulanti
scacciate, inselvatichite
corrono le figure.

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i libri non sono importanti

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Lo spunto nasce da questo articolo: http://www.finzionimagazine.it/f/i-libri-non-sono-importanti/
Ne riporterò alcuni stralci, commentandoli mano a mano, e poi, vediamo le conclusioni che si tirano, a partire dallo stile che è veramente pedante e verboso e fa passare la voglia dopo due minuti e la conseguente incoerenza con il contenuto di fondo (per scrivere così DEVI avere letto molto, male, ma molto).

“I libri non sono importanti. Nonostante questo sembra che siano diventati oggetti magici, sia nel senso di Propp che in quello di Zelda (the legend of). Basta avere un libro vicino per sentirsi più intelligenti ed è sufficiente aprirne uno per diventarlo.”

La civiltà umana si basa sui libri. La sua trasmissione, sviluppo e persino declino, viene di conseguenza alla scrittura, che sia su libro, tavoletta, stele o graffito murario. Così, l’intera storia cancellata a casaccio.
I libri SONO oggetti magici, perché, come diceva Socrate, registrano il pensiero umano, lo rendono trasmissibile e nel contempo lasciano aperta l’interpretazione personale. Io quando leggo sono nel libro, affondo, e spesso è difficile farmi tornare indietro del tutto.
Se fosse come dice, se essere intelligenti funzionasse per irraggiamento o osmosi, beh, basterebbe passare due minuti in biblioteca per sentirsi dei geni. Forse, e dico forse, confondere ciò che appare da ciò che è, non è il massimo. E aprire un libro non significa nulla: bisogna leggerlo, entrarci e digerirlo.

“Nonostante questo i poveri lettori forti, accerchiati dall’ignoranza e dall’analfabetismo di ritorno, si sono visti costretti a coniare una categoria a partire da una negazione e tirargli merda addosso: i non lettori. I non lettori sono quelli che non leggono romanzi, poveri sprovveduti che, obliterata qualsiasi plausibile complessità morale e di pensiero, vengono ridotti a una larva di disinteresse nei confronti dei libri. Operazione antiletteraria se ce n’è una, a pensarci, quella di far confluire la diversità in un imbuto di ignoranza e anoressia spirituale, ineluttabile maelstrom per chi non è minimamente interessato a leggere un libro.”

Toh, 36 anni in cui non ho capito che ero io ad essere con il coltello dalla parte del manico. Che le prese in giro erano giustificate dalla mia grandezza culturale, spirituale e morale. Ohibò, me n’ero mica accorta dall’isolamento, dalle prese in giro, dai “secchiona” impliciti, dalle risate dietro la schiena, dallo sgomento di certi profi nel sentirmi parlare con il congiuntivo corretto.
Conosco delle persone splendide che leggeranno sì e no due libri a decennio. Che io parli di ciò che amo, non significa legarli a una sedia e obbligarli a leggere.
Semmai, la lettura amplifica le qualità e i difetti di una persona. Ma nessuno, nella mia vasta esperienza di lettrice, ha mai dato/pensato della larva di disinteresse a chi non legge libri. Almeno, le persone che leggono per passione, sulle altre non saprei.

“Il non lettore è una caricatura nel senso wittgensteiniano dell’esagerazione di un dettaglio poco rilevante nella complessità del campione. Sarebbe come se i miei amici sportivi mi identificassero in quanto non calciatore e annullassero tutto ciò che di positivo (nel senso matematico) mi pertiene, come la simpatia, per esempio, o l’uso esacerbante di termini desueti. Se un losco messaggero mi avvicina per strada, mi tira una pallonata in faccia e mi “suggerisce” di iniziare a dare calci al supertele, io gli rispondo: che cazzo vuoi.”

Sarà per lui un dettaglio poco rilevante, per me non lo è. La crescita culturale, umanistica è intrecciata profondamente con l’essere umani: togli la cultura (in senso lato) e avrai sicuro una persona meno consapevole di un mucchio di cose importanti nella vita. Che poi, possano non interessargli, altro paio di maniche. Tu pensa, visto che il calcio viene trasmesso e trattato come oracolo e verbo ultimo dello sport italiano, direi che i non calciatori (amanti del calcio), sono davvero trattati come creature rare.
E chi l’ha detto che chi non legge sia uno stronzo asociale e antipatico? Really?
Di sicuro avrà meno argomenti di conversazione, dimenticando il minuscolo particolare che quasi tutto l’intrattenimento nasce da una scrittura primaria dello stesso. Ma vabbeh.

“È vero, i libri non sono giochi di squadra, e nemmeno lavatrici, per riprendere una similitudine molto in voga; allo stesso tempo, però, la loro rilevanza culturale ha assunto dimensioni artificiali, un po’ come il bambino sfigato e scarsissimo che nessuno vuole scegliere al momento di fare le squadre al campetto e allora l’educatore della parrocchia prova a spiegare ai ragazzini che dovrebbero sceglierlo proprio perché è scarso e dunque, in qualche deviato senso, speciale. Diciamolo una volta per tutte: i libri non sono speciali ed escludere il compagno più scarso dalla vostra squadra è la scelta giusta.”

Vero che si dà una spropositata importanza alla lettura, essenzialmente perché per ora è l’unico modo per cui si possa educare ed istruire le persone. Fai tu scuola senza libri, visionando filmati su youtube, film, corti o facendo disegni esplicativi, oppure usando solo videogiochi, giochi di squadra e quant’altro non sia libro. Provaci, poi ne riparliamo. Se se ne parla è perché l’italiano medio NON legge libri. E non vuole. Buon per lui, dirai tu.
Sì, leggere è una roba da sfigati: non sale l’adrenalina, non ti ubriachi, non hai orgasmi e non monetizzi. Ed è da sfigati. Eppure, resiste a tutti i videogiochi, giochi di squadra e quant’altro, perché produce passione, una divorante passione che all’articolista manca: la passione del sapere, capire e comprendere. La passione per la cultura. E le passioni sono insensate, focose e non si estinguono facilmente.

“l problema vero è che la categoria dei non lettori è diventata una figura del discorso e una linea di demarcazione: noi di qua e voi di là. E voi contate talmente poco da (im)meritarvi una definizione all’incontrario, un’identità costruita a partire dall’elenco di ciò che non siete e che, giocoforza, dovreste essere. Dovreste. Essere. Imperativo mascherato da condizionale presente, fastidioso quasi quanto il rimbrotto coniugale al condizionale passato: avresti dovuto, e invece.”

Ecco, contiamo poco. Come i testimoni di geova. Ne parla come se fossi invidiosa di chi non legge, ma a ben vedere, mi pare il contrario. Dovremmo essere non lettori? E perché mai? O indica il contrario, quelli che dovrebbero essere lettori? Possibile, che lo si pensi, perché come un appassionato di calcio non concepisce chi il calcio non lo ama, pure i lettori non concepiscono l’indifferenza per il libro. E quanti a-calcistici protestano per le partite di calcio a tutte le ore, tutti i giorni, su ogni canale, con retrospettive infinite in televisione? Per non parlare dei giornali, circoli, corsi per bambini, isterie eccetera eccetera.

“Considerare i libri come oggetti magici che conferiscono proprietà spirituali a chi li maneggia e pensare che i libri facciano particolarmente bene alle persone nella misura della loro libritudine porta a devianze abbastanza preoccupanti. Come i libri distillati, di cui hanno parlato praticamente tutti (1, 2, 3 e 4) da tutti i punti di vista possibili e che implicano una frase che, se la leggessi di notte con le luci spente, la fiammella tremolante e un gufo che ulula sul ramo più alto di un vecchio salice nodoso, mi farebbe davvero rabbrividire: distillati o integrali poco importa, l’importante è leggere. L’importante. È. Leggere. I libri sono diventati lettura, si sono trasformati nella pratica che sottendono. Sarebbe come se un papà prendesse sulle ginocchia la figlia quattordicenne circondata da compagni di classe in piena tempesta ormonale e le dicesse: figliola, non preoccuparti di trovare la persona giusta, né che la prima volta sia speciale. L’importante è scopare. Ma babbo… Aspetta, fammi finire. Hai presente quel ragazzo che ti guarda sempre dall’ultimo banco? Quello brutto, con i brufoli, gli occhialoni e che puzza come una discarica? Proprio lui. Ecco, tu scopatelo, e poi vediamo.”

Ma allora ce l’ha con chi APPARE lettore ma non lo è? Qualcuno che legge per fare punteggio? E ancora con i secchioni sfigati! E il libro amuleto! (la noia, la noia totale in un argomento potenzialmente splendido).

“Se i libri si trasformano in lettura, la lettura abolisce i libri.”

Una sintesi per dire che l’editoria sta puntando su orribili narrazioni condensate, appunto per attirare lettori e fare punteggio. Quindi si riferisce ai lettori proposti dai media, non a quelli reali. I testimoni di geova del libro, circa, solo più hipster?

“È come se i libri si impegnassero troppo a essere considerati dalla gente, e chi si impegna troppo spesso ha la coda di paglia, o anche peggio.”

Veramente, i libri sono oggetti e non fanno proprio niente. Semmai sono le logiche di mercato, dove tutto è un prodotto da consumare in due minuti per poi buttarlo a farli diventare così. Perche di per sé, leggere è una cosa estremamente lenta, dilatata, che richiede riflessione, e badate che la lentezza non si intende in senso cronologico, più bergsoniano (tempi dell’anima, diciamo, visto che adora citare a casaccio). Infatti, i lettori ricordano tutti i loro libri e ne leggono di nuovi collegandoli insieme, come una rete emotivo-neurale infinita. Un libro che dimentico, è un libro che non ho letto e magari non rileggerò. Un libro che ricordo, o rileggo per il gusto di ripeterlo in me.

“Esposito, invece, è un tipo normalissimo a cui non frega nulla dei libri ma preferisce guardare le serie tv e giocare ai videogiochi, invece di studiare per l’esame. Magari va pure a un concerto, ogni tanto, o a una mostra, e di certo non viene a spaccarci le balle con gli hashtag e il cibo dell’anima ma rimane nel suo, senza pretese di necessità morale. Insomma: Esposito è un tranquillone, Pierobon un rompicoglioni che non supera nemmeno la prova. Chi vorreste come compagno di banco, tra i due?”

In sostanza, un concorrente di reality show. Questo non fa un cazzo, ma fa simpatia. Ecco perché ho detestato il liceo e le medie, ora me lo ricordo: era piena di Espositi, i morti che camminano.

“Guardare un film o una serie tv, giocare ai videogiochi, ascoltare musica e leggere un libro hanno lo stesso statuto, partono entrambi da cinque e mezzo. Solo che, al contrario dei cuginetti, il libro si impegna troppo, si sente più importante degli altri, si arroga la presunzione della propria miglioratività, come se essere letterario fosse un upgrade. Ma essere letterario non è un upgrade, come non lo è essere cinematografico o seriale, e i promotori dei libri si impegnano un po’ troppo per convincerci e questo, com’è normale in ogni attività e relazione umana, allontana i potenziali lettori, invece di avvicinarli. Perché Esposito ha passato l’esame non solo per meriti personali ma anche, se non soprattutto, per demeriti altrui. È l’idiozia di Pierobon a spingere Esposito verso il traguardo, come una profezia che si autoavvera, ma al contrario.
Se i discorsi attorno ai libri continueranno a perseguire questa strada, se la massa critica dei messaggeri della lettura continuerà ad aumentare e diventerà ancora di più parte di un discorso culturale collettivo, rischiamo seriamente di fare la figura degli idioti davanti al 99% degli italiani che non siamo noi e di fallire pierobonescamente l’esame, che poi è l’esame del mercato, ed è il mercato che permette agli editori di pubblicare i libri ed è il mercato che permette agli scrittori di continuare a scriverli. E forse è Fabio Volo che dà la possibilità ad Antonio Moresco di sfornare mattoni.”

Il libro non si sente proprio niente, non ha un sistema nervoso centrale.
Ah, ecco: Esposito è un coglione con troppa fortuna. Lo dicevo io.
Ecco che ci arriviamo: questione di mercato. Mercato.

“Per questo Finzioni cambia, per essere un sito che non ci prova troppo a parlare di libri, che non si impegna troppo a contagiare i non lettori e che, semplicemente, si diverte, fatto da persone che si divertono a leggere i libri e a guardare i film e le serie tv, a giocare con i videogiochi e a farsi i fatti propri, cullati dalla beata ignoranza. I libri non sono nulla di più che libri, oggetti culturali in connessione con altri oggetti culturali e con le persone con cui vengono in contatto. Niente di più e, soprattutto, niente di meno.”

Cioè, basare un sito sulla nonpassione pensa davvero che lo porterà tanto lontano?
Quindi si tratta di disimpegno, niente altro. L’unico dogma del contemporaneo italiano medio: divertiamoci e dimentichiamo tutto dopo cinque minuti. Un mondo popolato di Espositi che passano l’esame perché hanno avuto culo, per l’arte dell’arrangiarsi, perché gli andava così e non aveva tempo di studiare un libro d’esame, doveva giocare a GTA, scopare la vicina bbona e sfondarsi di alcool e droghe leggere.
Mi pare giustissimo, a questo punto, fare parte della schiera dei lettori, se per logica di mercato mi devo trasformare in un Esposito, l’ameboide degli anni duemiladieci.

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ebe

Un giorno
il corpo mi darà ragione
e sarà facile approfondire
i traumi e le contusioni
nei giochi oziosi di fine febbre

E quel giorno
la mente sarà vicina
più di adesso, alla pelle
potrò sentirla sulle dita
e rotolarla tra i palmi

Da quel giorno
non sarò più un umano,
ma un tiepido ricordo
un ammasso tellurico
di organi, ossa,
ebetitudine.

Nero

Lunghe pettinabilità
e residui di stelle e polvere
sul pavimento del carro

L’infittirsi del buio
vibrò un colpo d’ascia
a ciò che volemmo sussurrare,
comunque

Scoperti, il giorno
ci fece rapporto.

Ora dormirai
sui miei capelli,
mio sogno
mio splendido sole nero.

Poiesis

“Pensiamo ai vulcani, le bocche che permettono al magma di fuoriuscire. Ne esistono di due tipi: i vulcani esplosivi, come il vesuvio, che accumulano per secoli tensioni sino ad esplodere sconvolgendo il paesaggio, ed i vulcani stromboliani, che regolarmente emettono lava, riequilibrando la tensione interna e causando meno fastidi. Bene, il linguaggio poetico può essere considerato come il modo per permettere alla nostra lava psichica di uscire, la crepa nella crosta razionale che ci avvicina a noi stessi attraverso un momento di rottura. Quanto più ci si permette di usare un linguaggio poetico, fatto di immagini, di simboli, di giochi linguistici, tanto più possiamo entrare nel campo dell’inseprimibile, dargli valore e permettergli di avere dignità. Guadagnandoci in benessere psichico ed evitando le esplosioni.”

Scrive Hilmann: La mente è fondata nella sua stessa attività narrativa, nel suo fare fantasia. Questo “fare” e poiesis. Conoscere la profondità della mente significa conoscere le sue immagini, leggere le immagini, ascoltare le storie con un’attenzione poetica (…). Non soltanto i poeti sono poeti; una parte di ciascuno di noi funziona poeticamente ed appartiene alla classe poetica. Questa classe è continuamente impegnata nell’attività immaginativa, che dal punto di vista delle altre classi è sempre inutile e sempre una (…) perdita di tempo.

http://psiche.org/pillole-di-psiche/mente-poetica-scrivere-per-avvicinarsi-stessi/

sognai

Sognai in un sogno
che il sogno era un desiderio
di certezza, sul sogno
nel momento in cui lo svegliai
ero in trance, sul fianco
e del sogno dimenticai
quanto fosse corposo:
quasi la realtà puntasse più in basso
dei miei ricordi di sogno.

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