Regole

#alioliart

La regola d’oro
A volte si arrugginisce
E la lancio con forza
In bacili di pietra
Che si franga e si disciolga
La regola d’oro
E allora l’anarchia mi prende per mano
E penso alla regola migliore
Quella che viene ulteriore
La regola di essenza
Che mi rimette al mondo
E monda, mi permette di essere
Libera di volerti fuori dai piedi.

Nuvole

Sono diventata un luogo
Dove passano i pensieri sentimentali
E le persone e i ricordi
Né apprensivo né lieto

Sono diventata il luogo
Di tutti i passaggi
E non ho nemmeno un fischietto
Per multare le nuvole
Che scorrono
Di pioggia e di sole.

Paralleli

Questa volta
Sotto le stelle
Su un piazzale di cemento
Una coperta e un lenzuolo
Divisi come bambini
E i tuoi progetti così assurdi
E i tuoi ricordi così precisi
Che nemmeno io li ricordavo

Questa volta un dubbio
E tu che non menti
E tu che mi sorridi e mi abbracci
Nel buio e nel suono trafficato
Di un futuro improbabile

Forse andrò ancora altrove
No, non voglio una casa
Mi sta bene viaggiare senza mezzi

E quel senso di calore e fastidio
Che pensarti ancora mi lascia.

Profumi

Ci profumiamo
Ci vantiamo di vaniglie
E ci rosoliamo in rose bulgare
Ci mondiamo fino alle ossa
In asettica delicatezza
Perchè siamo così impuri
Che solo una nuvola di eccesso
Potrà farci disdire
E impedire al nulla
Di cavalcare insinuante
Nelle nostre membra di cittadini del vuoto

Ci profumiamo
Convinti di amare di più
Col dolce candore
Di uno scheletro d’uccello.

All’improvviso bussano alla porta, Keret

keret

All’improvviso bussano alla porta, Etgar Keret

L’ho incontrato la prima volta in un documentario, mio marito ne aveva parlato molto bene e lui, mio marito, ha un gran gusto per la scrittura ben fatta e astrusa.
Un autore che vive in Israele, ebreo e polacco insieme, consapevole delle sue dinamiche molto più di quanto possa esserlo io dall’Italia e dall’Europa.
Questo libro è una raccolta di racconti, moltissimi racconti, ognuno dei quali autoconcluso.
E sono tutti molto strani, venati da tanto umorismo ebraico/orientale in cui i personaggi si trovano incastrati in meccanismi stritolanti più grandi di loro, dove il destino li costringe a ripetere gesti già fatti e a ricadere in situazioni anche peggiori di quelle iniziali. Ogni tanto spunta una bomba, un terrorista, ma sono inseriti nel tessuto delle storie come incidenti di percorso, normali evenienze di un posto che non conosco, come potrebbe esserlo una mucca per strada in India o un monaco buddhista in Giappone. Devo dire, però, che non ho provato paura od orrore, erano semplicemente lì, parte della realtà.
Ogni personaggio di queste storie si scompone un gran poco delle stranezze che gli capitano, come se sentissero di fare parte di una fiaba o di una leggenda dov’è naturale che una monetina rubata scateni conseguenze tremende nell’animo del ladro e che tale angoscia si rifletta fuori da lui con conseguenze particolari. Ecco, forse è questa la chiave di volta: le percezioni interne vengono concretizzate in eventi esterni, a volte consapevoli a volte no, come nelle fiabe tradizionali. È come se si vivesse nella testa di qualcuno che non conosciamo, come un sogno, o una barzelletta, perche Keret ci mette moltissimo umorismo, di quello lieve però, che fa pensare alle storie per bambini più belle. Non c’è mai qualcosa di nero o velenoso che passa sotto, anzi, le peggiori tragedie sfumano in momenti di angoscia solo personali, assunzioni in carico da parte di figure che potremmo incontrare dietro l’angolo, con una dose di fiducia e aspettativa (ma insieme disillusione) nelle doti umane che tutti abbiamo, molto rara nella produzione odierna.
Insomma, in tutto quel morire, sparire, rubare, c’è umanità e stupore complice, sorridente, come se l’autore ci dicesse che la vita è parecchio strana, pure nei momenti peggiori e per questo vale la pena raccontarla e ricamarci un po’ sopra, perché lo spettacolo che lasceremo sia quanto più possibile colorato, intenso e fruibile per i posteri. Consigliatissimo.

Questo è il mio sangue, Thiébaut

elise thiebaut

Questo è il mio sangue, Élise Thiébaut

L’autrice ha una certa età, ha passato da un pezzo il periodo dei periodi. Non ne soffre più. E questo la fa sentire autorizzata a poter riflettere ed analizzare il mistero più misterioso e insieme manifesto del corpo umano, nello specifico femminile, quindi anche più segreto, che è il ciclo mestruale, anzi per la precisione l’ultima fase di ogni ciclo: le mestruazioni.
Per farlo cerca di raccogliere più dati e storia possibili, compresa la propria, illustra ogni capitolo con la giusta dose di scetticismo consapevole offrendo ciò che dicono i libri e le ricerche, credendoci ma non totalmente, mantenendo il chiaro distacco ironico che un autore maturo può permettersi di fare senza risultare cinico.
La sua esperienza è cristallina, non usa mai eufemismi ridicoli, non estetizza e non misticizza, ne parla con quella schiettezza tutta francese che a tratti adoro a tratti mi irrita. Manca totalmente di poesia, tranne alcuni spruzzi apparentemente casuali che me la fanno apparire anche più simpatica. Insomma, la sua scrittura è decisamente consumata ed affinata, così insieme al gusto di leggere uno stile colto, si accompagna il gusto di conoscere tutti i risvolti moderni ed antichi, sacrali e brutali che le mestruazioni comportano, dimostrando una volta in più quanto sia una cosa comunissima e insieme lontanissima dal parlato comune, nonostante la sua famiglia fosse di larghe e innovative vedute.
Già dal titolo, infatti, c’è sotto un grande orgoglio, mai esplicitato, nel portare in sé questo strano orpello della natura che ci riconduce ad essere più simili a bestie che a sante, che ci rimette al nostro posto quando crediamo di esserci purificate di quella pulizia umana e disumana che un corpo asettico assicura: dopo la depilazione totale, la doccia sanificante, i capelli stirati, maneggiati, tinti, in piega, dopo il trucco correttivo e l’abito stirato, abbinato perfettamente, ecco che un poco di sangue e altre sostanze (proprio poco, nemmeno un bicchiere a volta) ci rimette al nostro posto, come Platone credeva. Ci rimette al ruolo di anello tra uomo e bestia, ci ricontatta con le cose più semplici e fastidiose, impedendoci di astrarci finalmente come i corpi maschili e diventare finalmente icone intoccabili.
Una lettura estremamente gradevole, senza intoppi o cadute, un saggio che scorre come un ottimo documentario pieno di curiosità, verità e rivelazioni. Lo consiglio a tutti, specialmente agli uomini.

Niente, Janne Teller

J. Teller “Niente”

Una storia breve, una novella, più che un vero e proprio romanzo, tanto che lo scenario cambia pochissimo nel corso delle pagine, mutando solo per le stagioni e i cambiamenti indotti dai personaggi.

Inizia con facilità: un gruppo di ragazzini tredicenni scoprono che un loro compagno si rifiuta di proseguire la vita normale perché ritiene che non ne valga la pena, perché niente può fargli cambiare idea e, pertanto, ha deciso di rifugiarsi sull’albero di casa sua e non scendervi più.

La negazione del senso delle loro vite, questa strana sensazione che qualcuno possa negare l’intelligenza che sta dietro allo scorrere degli eventi e al raggiungimento dei loro obiettivi, spinge il gruppetto a costringere il compagno a scendere dimostrandogli che esistono moltissime cose per cui valga la pena vivere giù da un albero.

Ovviamente, il novello Diogene se ne guarda bene di dare peso alle loro puerili prove, che consistono negli oggetti cui tengono di più, uno per ciascuno.

Così, in modo tipicamente grottesco nordico, la spirale si spinge verso il basso e il sordido chiedendo in pegno prove sempre peggiori, compresi esseri viventi, prove di coraggio, dolore gratuito e morte.

Alla fine della storia nei risvolti finali, il tutto assume le caratteristiche di un macabro selvaggio sabba stregonesco, dove i ragazzi diventano come le Baccanti della tragedia e lacerano qualunque cosa gli si presenti di fronte, senza che alcuno di loro si senta poco più che turbato dalle immediate conseguenze gandguignolesche.

Il tono del romanzo è come quello che rilevo spesso negli scrittori scandinavi: freddo, chirurgico ma insieme attraversato in sottofondo da una vena crudele e disumana, con quelle perifrasi un po’ da sagra di paese, simile alle poesiole per bambini, dove i nomi diventano epiteti e le movenze dei personaggi appaiono come bizzarre piroette di danza, necessarie e inevitabili, per quanto orrorifiche. Nessuno di loro sembra intenzionato a soffermarsi per più di una mezza pagina sulle conseguenze reali e importanti che le loro scelte avranno, sono oggettivamente inconsapevoli, barbari, amorali.

Pensando a un artista che potesse racchiudere il tono di quest’opera, mi è venuta in mente l’arte di George Grosz, dove omini grotteschi e fiabeschi si muovono come animati da un agente esterno, come pupazzi a molla, compiendo le peggiori mutilazioni morali possibili. Il punto di contatto tra le due opere sento sia la parola “oscenità”, nel senso di non avere timore di mostrare il peggio degli abissi umani, usando come paravento l’uno la guerra e l’altro l’innocenza dei minorenni, ottenendo in cambio ritratti di figurette assenti a loro stesse, in senso profondo, superficiali da tanto poco sono credibili, a meno che sia vero che siamo tutti in realtà piccoli viziosi violenti nel profondo.

Vent

Come vent’anni fa
Quando ero quella che ero
E non ero quella che sono
Nei portici di santa innocenza
Silenzi, e cani gioiosi a romperlo
E piogge, infinite
Come i giorni di liceo
Lunghi, tanto, eterni di pianto

Come vent’anni fa
Quando ero un limite
E volavo in tenebre di luce
In nubi e cumuli di nubi

Come a vent’anni
Giro, ancora, cappuccini
E guardo, tra i latrati
Guardo la me nuova.

Endimione

Quando tutto dorme
Non c’è un che da fare
E tu sei intento a rincorrere
Le tue pecore nere

Quando in genti
E ingentiliti i cieli
Interrompono i tempi
E vivo, un poco, ma davvero poco
Sospesa mente
Sospeso cuore

Allora, in viaggio, in tempo
Ti amo.

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