Corvino

C’era un tempo
in cui i corvi
venivano a mangiarmi
nelle mani il solito sangue
e io non protestavo
che troppo ne avevo
nelle vene dei polsi

Nei cieli di rame
mi ritrovavo a placare
le tempeste dei cuori
e nei giorni primari
i colori erano migliori,
si potevano mangiare.

Tutto ha un sapore di cenere
adesso, nell’Ade dei vivi
nei campi di asfodeli neri
il colore è sempre lo stesso;
– danza, amica mia, danza
senza di me.-

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VS

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Parliamo di verità.
Sono tutti contenti e precisi, su questo argomento: per loro la verità è il massimo e deve essere sempre in primo piano. Dimenticano di specificare che deve essere tale per cui loro non sono descritti, interpellati, accusati, coinvolti oltre a tutte le persone a cui tengono molto, siano calciatori o la bisnonna.
Insomma, se parliamo di questa verità, si tratta di semplici luoghi comuni neutri (sempre senza considerare categorie quali donne, uomini o preti) che non aggiungono o tolgono niente, tipo “la prima acqua d’agosto rinfresca il bosco”. Ah beh, sticazzi.
Quella di cui parlo è la verità vera, quella che non ha filtri. Quella che parla degli altri, di me, del mondo, della fisica, degli eventi, della storia e di Dio.
Insomma, la mia domanda è: quando si è in possesso di un pezzo di verità scomoda (da ora VS) ha senso dirla, trovare maniere perché arrivi a chi la nega di continuo? La VS che valore ha, ora come ora?
Perché vivere di luoghi comuni è semplicissimo, come diceva Heidegger, ma uscire nel sole e farsi accecare dalla VS è molto diverso, difficile, crudele. Nessuno si sente mai pronto per sapere le cose come stanno, li si distinguono bene questi codardi: riempiono l’aria di parole inutili, pompose e pretenziose (siano esse di pietà spicciola o elefantiaca grandeur poco importa) e le continuano a proferire, vomitare nel mondo (quello piccolo che si sono autocostruiti, ben nascosto e protetto dal Mondo) pur di tacitare e non sentire la VS che – attenzione – non è una cattiveria di colui che la dice, essa c’è indipendentemente dal messaggero. È lì, il convitato di pietra minaccioso e silente che con la sola presenza mette il fuoco al culo dei vili.
La VS la rimpiangono tutti, basta che riguardi qualcun’altro.
Quindi, la si deve dire oppure no?
Socrate si chiedeva se una frase possedesse certe caratteristiche per essere profferita: bontà, utilità, verità; a sentire lui parlerebbero solo Confucio, Gesù e pochi altri nel corso dei millenni di civiltà umana. Io non sono d’accordo. La verità è fatta di tanti pezzetti e spesso dietro a una cattiveria c’è un briciolo di verità, magari sullo stato d’animo o sulle motivazioni. Non potrei nemmeno giurare che tutte le bugie sono solo bugie, perché la VS brilla di luce propria e si infrange in ogni molecola del creato, come il Bene di Plotino, per cui il male è pura ombra non raggiunta dal bene.
Dunque, la verità si dice o non si dice? Non esiste via di mezzo o addolcimento, quella c’è o non c’è, come lo 0 e 1 dei bit informatici.
A volte dicono che nel silenzio si nasconde la maggiore minaccia, più che nella parola, che dietro alla statua marmorea della VS la montagna della quiete sia anche più spaventosa, come Lovecraft insegna sugli dei degli spazi siderali.
Però siamo umani, contenere tanto peso importante può logorare, anche se la si dimentica posata su qualche superficie interna di cantina a prendere polvere, lei è comunque lì.
Non so. Cosa si fa quando si ha una cosa che brilla incessantemente e non smette con i secoli a nascondere il fulgore?

Il bene

Penso che essere empatici, fare del proprio meglio e avere l’anima porosa, sottile e pronta ad accogliere il vento della possibilità, degli esseri viventi vicini a me che soffrono e posso aiutare in qualche misura, sia il mio modesto modo di restituire la fortuna che ho avuto. Credo nei piccoli gesti e nel poter pensare che si distribuiscano a catena, nell’aria, come un’eccitazione di molecole subatomiche e impercettibili. Fare del bene qui e ora consci che il bene raggiungerà anche persone lontanissime da me.

Sulla lettura

Alcune riflessioni alla fine di questa lettura.

Ho finito ieri notte questo agile volume (100 pagine): molto fresco, pieno di rimandi culturali e filosofici e culinari (alchimia e colori in particolare). L’idea è originalissima e nuova nelle mie letture, l’autrice ha un ritmo di scrittura (dialogo, di cui è fatto il 90% del romanzo) rapido e ironico molto piacevole.
L’unica nota stonata sono stati i personaggi e i loro caratteri: Saturnine antipatica come poche, come del resto anche Elemirio, proprio l’incarnazione dell’idea supponente che i francesi possono avere della nobiltà spagnola.
Le produzioni francesi (soprattutto televisive e filmiche) le ho ritrovate in pieno in queste poche pagine: personaggi supponenti, presuntuosi, che si credono ironici e sono solo irritanti. Per il resto, godibilissimo.

Anche questa moda contemporanea di rendere i testi delle potenziali raccolte di aforismi mi dà un po’ la nausea. Una riflessione profonda ha bisogno di pagine e tempo per maturare, buttarne tante così, per fare numero posso tollerarlo per un romanzo così piccolo, per più libri penso li lancerei fuori dalla finestra. Avevo iniziato un libro di Murakami (che ha ritmi molto diversi), ma anche lì la tendenza aforistica era talmente evidente che ho smesso.

I romanzi contemporanei mi lasciano sempre l’amaro in bocca, ne leggo pochissimi e non mi fanno sentire niente di quello che un’opera del secolo scorso mi dà. Sarò vecchia dentro, a sto punto. Passano senza lasciarmi la voglia o la gioia di avere letto una BELLA storia, come mi succede con altro. Solo alcuni RARISSIMI autori (tipo Auster, Carofiglio e Piccolo) mi producono questo effetto, coincidente con la voglia di rileggerli prima o poi. Gli altri… Il vuoto. Superficie respingente. Ecco, forse sono respingenti, il termine giusto è questo: non si aprono al lettore, lo lasciano solo guardare.
Il candore che cerco, l’abbraccio totale di una bella pagina scritta senza alcun filtro, con l’intento di far penetrare il lettore nel proprio pensiero è una cosa che non si usa più.
Nella maggior parte dei miei tentativi moderni ho riscontrato tanto artificio ben calcolato, il desiderio di costruire un pensiero che l’autore non aveva nemmeno pensato, ma al massimo visto, supposto, suggerito.
È per me questa la vera pecca della letteratura odierna: non c’è trasparenza e parità con il lettore, ma un piedistallo ben celato dal quale si permette al fruitore di intravedere senza poter vivere la storia e le atmosfere proposte.

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