in morte di me

battista2

si avvicina puntuale,
come la decollazione del battista
la sensazione corretta
che ora non scriverò più
che ho finito
e mai avrò più niente da dire,
un rito a questo punto esoterico

mi trascino da tempo
il desiderio di sfumare
in poche e irrintracciabili sfoglie,

la sensazione precisa
e incontrovertibile
che ora mai più avrò qualcosa da dire

perché sono un animale stupido
e mi ripeto come una cellula,
divento tumore, impazzita
e infine un grumo ignobile di enzimi e lisosomi

è giusto così
è il vero

non scriverò più
almeno per il tempo
che avrò ricominciato
o davvero, è finito?

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spaziotempo

Perché la diversa percezione del tempo
ti fa odiare Il tempo stesso
e fianco a fianco del sorriso assorto
un luminoso ardere doloroso;
ti ascolta la prima ultima rosa di maggio
compresa nel suo ruolo di stella dei poveri

E anche lo spazio non se la cava bene,
con tutti gli interstizi tra protone e protone
ti sfugge dalle mani il mistero denso
che tutti siamo fatti di carne e sangue
persino le pietre e i sensi sono persone
che una volta avevano amore e scelte

In questo fuggevole e statico cordoglio
tutto è in fiocchi di tenere imprecisioni astratte
e tu puoi anche rilassarti. Sarà più chiaro
magari meno facile, ma il tempospazio
non li odierai incompresi come ora.

inferno

natron-lago

Quel momento in cui tutto si immobilizza e un vento di inconsistenza, veleggia, sulle acque nere.
Tutto appare vetrificato, persino le intenzioni hanno gli occhi spalancati, in cocente attesa.
E la sensazione che il freddo arrivi di colpo, insieme al caldo del magma interiore, è lì, tutta tesa, tutta in testa, mentre il cuore ti conforta con la coscienza dei tuoi meriti ed opportunità guadagnate.
Non c’è modo di saperlo: accadrà qualcosa o non accadrà nulla?
Esiste poi qualcosa dopo questo gelo infernale?
Me lo immagino così, l’averno dell’ignavo: non avere concezione del secondo successivo, nel piattume del lago catramoso, giusto i fiati delle bestie a fare tremare l’aria e i sensi.

assenza

leone-pastiglie-assenzio-30-gr

“Può esistere un lutto della mente, dell’esistenza umana, del senso di vivere?”
Si chiese Ottavia al volgere del giorno. Nella sua casa sull’oceano, in uno dei tramonti travolgenti che ogni sera inondano di luce dorata le pareti candide, era tormentata.
Aveva fuggito la vita, lo sapeva bene. Non sopportava più le dinamiche untuose e presuntuose del mondo normale: gli sguardi di cordoglio di plastica, i centri nervosi fibrillanti nella difesa continua del proprio micragnoso territorio fatto di consuetudini, vizi, conquiste sanguinolente, e infine la sensazione che l’aria fosse troppo piena dei respiri altrui.
Non ce la faceva più, banalmente. Non voleva ritirarsi dal mondo per un ipotetico ascetismo. Voleva non essere più nel mondo, annullarsi con cautela e senza pubblicità come identità totale, sciogliersi in volute di fumo e indolenza, come nelle pubblicità dell’assenzio della Belle Epoque.
Appoggiata alla portafinestra, fingeva di non avere più un nome.
Aveva la sensazione che sarebbe rimasta lì per sempre, in quel momento eterno.
Poi sentì un rumore, un fruscio di ali e zampe felpate.
Girandosi, il gatto si avventò per sbaglio su di lei, lo prese in braccio. Quel corpo piccolo, morbido, delicato e insieme letale, gli occhi di giada puntati nei suoi.
Forse un motivo lo aveva, per non essersi dissolta nel tempo come sale nel mare.
-Ciao, coccolone, sì, anche io ti voglio bene.
Il micione trillò di gioia, socchiuse gli occhi e si fece accarezzare a lungo.
Ottavia non era ancora convinta che il lutto l’avesse lasciata. Un senso ancora non lo aveva.
Uscendo sulla spiaggia, aveva la massa d’acqua nera di fronte a sé. La sovrastava, come il più onnipotente degli dei lovecraftiani, altrettanto incapace di pensare oltre alla sua folle danza, biascicante e gnaulante, incosciente dell’esistenza del cosmo oltre a lui.
“Proprio come gli esseri umani che ho lasciato, incapaci di entrare nelle menti degli altri”.
Perché Ottavia era stanca di poter capire il prossimo e trovarlo così deludente, così uguale a sé stesso, capace solo di giustificare la propria pochezza con un ‘siamo tutti esseri umani, chi non si darebbe al peculato, potendo!’. E lei rispondeva ‘io no, per esempio’.
L’esistenza di un vasto cielo di ottimi propositi non gli faceva nemmeno venire il dubbio di essere degli impostori.
“Esiste qualcosa oltre la delusione? Esiste un momento di comprensione, gioia, sfinimento per la stessa che non sia inquinato dall’egocentrismo pigro?”
Come se fosse stato diverso per lei. Invece di cambiare le cose, era scappata via.
Le mani scarne e mangiate dalla lebbra le salirono al viso, pieno di cicatrici e senza più naso.
“Invece di cambiare le cose, sono scappata via”.
Da lontano la sagoma del gatto si stagliava contro la massa nera dell’oceano.

 

Viaggiare

Hai presente i viaggi in auto la sera o la notte? Quando è tutto buio, solo le luci intorno vaghe e poche, soprattutto nelle strade appartate. E torni da un cinema, ristorante, festa o concerto. Ed è sera, magari venerdì o sabato. Ti senti quasi cullato dall’idea di arrivare a casa.

Ha un sapore di confidenze, di imminente riposo, lo senti nella pelle, quella quiete del tempo in cui solo i grilli, le lucciole e le rane fanno rumore. D’estate poi, la sensazione è anche più forte.

Nel nastro nero, nel buio morbido potrei andare avanti per ore in quel modo. Guidata dal desiderio insieme di proseguire e di arrivare. Una specie di felicità semplice, senza particolari sovrastrutture o aspettative, tranne essere dove sei, proprio con chi sei.

Persino se mi trovo con persone poco simpatiche, è un momento così bello che sembrano persino belle persone.

Un perfetto equilibrio tra essere da qualche parte e non esserci, ha il sapore di un ponte che si distende e che attraverso, a velocità costante, vedendo il fiume dell’accadere sotto di me.

Che sia fatta in questo modo, la più bella delle felicità? Una transizione consapevole, imminente e insieme eterna, il fulcro esatto del mondo in cui perdi la coscienza di essere te stesso e ti vuoi solo lasciare andare, sei solo un corpo trasportato da una scatoletta vibrante.

La felicità, un viaggio.

l’incoscienza

incoscienza
#itsnicethat #instagram

Hai mai pensato alle cose che conosci COME sei giunto a conoscerle?
Intendo quelle che più o meno tutti secondo te sanno e che ti stupisci quando scopri che altri ne sono ignari.
Nozioni facili: i nomi delle strade, i negozi della zona, le targhe delle auto, e tutte quelle minuzie pratiche, curiose, indipendenti che vanno a fare parte del sostrato base, della terra vergine su cui tutto il nostro identitario si fonda.
immagino che nessuno ti abbia mai spiegato come ci si debba lavare il viso, quante volte, quanto sapone, quanta acqua o per quanto tempo. Oppure che non ci sia niente di meglio che la spugna di cotone per asciugare la pelle. Oppure che in vacanza si va al mare e non, che ne so, a sostare davanti alle stazioni.
Chi ti ha insegnato che la mattina si fa colazione con latte e caffè? E se fossi invece in errore e dovresti invece mangiare papaya e carne di scimmia affumicata? Perché proprio latte e caffè?
Sono domande oziose, da scetticismo totale o potrebbero essere intelligenti andando a sondare il vero profondo carotaggio del sé più veritiero, quello basato sulla consuetudine che ci accomuna come esseri viventi che nascono, mangiano, respirano e defecano?
Esiste un nocciolo duro di noi, oltre tutto questo addossarsi di strati sottilissimi e pesanti fatti di oggetti, abitudini, pensieri ben calibrati, minuzie, oggettività non così tanto oggettive?
E se esiste, dove si trova, a QUANDO risale? In che momento della nostra esistenza si manifesterà davvero, se si è già manifestato, come reagirà?
Potrebbe essere tutto un inganno che ci siamo imposti, un enorme palco di legno oltre il quale siamo null’altro che sagome di cartapesta. Qualcuno sarebbe pieno di orrore per questa teoria.
E se fosse invece molto riposante? Se la coscienza di non esistere in sé e per sé ma di essere come le formiche operaie, parte di un unico organismo cieco, anch’esso senza scopo, lanciato nello spazio su un pezzo di roccia incandescente a girare vorticosamente nelle infinità del nulla?
Domande normali, o anormali, dipende. Io, esistesse un referendum interspaziale, voterei per l’incoscienza.

A mia madre

Dell’estate un sapore aspro
e insieme pannoso
o dell’inverno, quel pungere
amico del freddo ventoso

Una sorpresa che sembrava svanita
e di una festa la più bella: l’attesa.

Cose che non hai il tempo
di ricordare, te ne riappropri
ti punge il bisogno
di non poterle dimenticare.

E d’un tratto correggi la vista:
ciò che pareva bianco o nero
è un intero mazzo
un immenso catalogo
di sfumature del vero.

qualcosa

sic6-boy

In un precipizio d’egoismo
come un ragazzo,
sulla riva del tempo
ti vedo, e sempre ti vedrò

qualcosa di non cresciuto
che un senso di estensione
per tutti i tuoi difetti
e tutti i tuoi pregi
non è questione di oggettività

non è questione di affetto
o di commozione

quanto di luce, di sopore pomeridiano
quando le parole mi feriscono
come il sole, come il sole
tra i tuoi capelli
mentre corri, imprevedibile
inondato di natura
e di cose che solo tu sai.

Clickbait

Oh, adesso è tutta da ridere
c’era una coscienza di classe
non l’avevo capito; c’era un afflato
addirittura un progetto
che univa il tutto

C’era un amore intrinseco
per l’arte per il sogno per il mare
ma è strano che sia tanto divisa
dall’amore per l’uomo

Riempirsi tanto la bocca
di parole profumate
non vi farà cambiare
l’alito marcio dei pensieri incarniti.

Oh, c’era un progetto, un’idea, un suffisso
un cane che si mordeva la coda
fino all’osso, fino al sangue
fino al Niente che sento risuonare
tra milioni di click.

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