i segni di venere

O cameretta che già fosti un porto…con la penna alla bocca, il noto poeta P. stava aspettando la prossima rima che invincibile avrebbe catturato con un inganno per costringerla alla pagina. Ah, ecco l’ispirazione, la seconda riga! Con quanta attenzione scriveva, piano vergando le parole come delicati merletti, quasi per la paura di rovinare la pagina fatta di pergamena o forse di pelle umana, chissà. P. continuava a scrivere, era bruttino e sacerdote consacrato quindi il rischio di persone che entrassero irruenti nella sua camera a imporre la sua presenza a letto (dolce o tremendo, ma sempre imposto), e anche se l’avessero fatto al tempo in cui P. scriveva la cosa non avrebbe avuto importanza: le donne erano tutte malvagie e ingannatrici nella parola, il pericolo non sussisteva e continuava a pensare e a scrivere. La candela lentamente consumata, la torcia ormai bruciata, arsa dal suo desiderio trattenuto, più che dal fuoco fisico che la mangiava, le ore passate erano minuti in confronto al fiume di parole che avrebbe voluto riporre nella tasca della giacca da camera per poter andarsene da lì. Del resto era l’unica vanità a lui concessa, la vanità d’autore umanista. A un tratto, splaff! Un rumore sospetto lo risollevò dal magma dei pensieri. Cos’era? P. si alzò dallo scranno, con passi incerti, si avvicinò alla finestra. Spliff! Di nuovo quel suono…scicc, ciacc. Tenendo il lume nella destra, aprì l’anta di legno con la destra, i suoi occhi videro il sole dell’alba, e in basso, sul portico una figura informe, quasi un essere umano…no, maledetta miopia…due…ali?…cose bianche aperte, a croce….e poi bianco, e rosso…P. corse dalle scale, era curioso, molto, ecco perché era diventato studioso, arrivò nel cortile: ecco una colomba! E subito il senso pratico venne soffocato dal sentimento, nemmeno si chiese perché fosse lì morta (chiaramente uccisa), ma pensò che fosse un segno di Venere, la dea dell’amore, per lui il sacrificio del cuore…andando avanti con la mente a elucubrare sul prossimo sonetto, assonanze e allitterazioni, torno alla sua cameretta. Si sedette allo scranno, insonne e guardò là, il ritratto del suo oggetto d’amore, pugnalato al petto dalla sua mano, il seno riempito dalle sue parole della notte. Si portò la penna alla bocca, un attimo di indecisione, e poi riprese a scrivere.

I seni candidi rossi come le antiche regine lascive di Creta e uno sguardo obliquo, limpido, immobile. Corse via di fretta P. il chierico, aveva una funzione religiosa da celebrare e oggi ci sarebbero stati anche i principi.

 am

 

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