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Mi hai detto che devo vergognarmi, che sono una vigliacca perchè non mi faccio volontariamente insultare da te. Non ce l’avevo un jet privato da inviarti, mi spiace. E nemmeno una soluzione a tutte le tue turbe interiori.
Non ne ho la forza, non ne posso più di quello che dici. Non ho più la forza di supportare il tuo egocentrismo cosmico, disperato e confusionario. Non mi hai chiesto una volta in credo ventanni come stessi, come vivessi, come fossi felice o meno, salvo quando mi hai aiutato per il trasloco. Mi vieni a dire che ti senti fiero di me, che lo dici agli altri, ma a me non lo dici mai. Mi chiami solo per ottenere qualcosa e chiami prima lei e poi me. Una bella strategia, davvero.
Ritieni che un legame di sangue basti a farmi immolare sull’altare delle tue stupidate cicliche?
Che debba sentirmi male io, sempre e solo io, per quello che non mi dai, che non sei, che non ti interessa essere come familiare?
Perdonami la secchezza, ma penso che essere legati dalla stessa storia e dallo stesso sangue non basti ad avvicinarci, non con queste premesse. Preferisco sceglierli io i miei familiari, a questo punto.
Ho voluto difendere lei dalle tue solite assurdità, dopo che è stata male per tanto tempo ed è tornata ad essere felice per se stessa. Per una volta, ho preso le cose in mano io. Non dico che le abbia fatte bene, ma di sicuro non ho lasciato nulla di intentato. Del resto quello che s’è trovato nei casini senza aver fatto nulla per evitarlo, non sono certo io. E di questo era solo l’ultimo di una infinita serie.
Ovviamente, non mi hai ascoltato. Non hai voluto altro che soldi e soluzioni, entrambe non te le ho potute dare, per questioni logistiche se vuoi, e di pazienza finita. Oltretutto con tono esigente, come dire, sbrigati che devo tornare e non me ne frega un ciufolo di te. L’ho capito da tempo che non c’è corrispondenza tra l’idea che hai di me e quella che sono davvero. O forse, non mi vuoi bene. Non oso rispondermi a questa domanda, è già abbastanza doloroso così.
Ho fatto l’abitudine alle assenze, alle attese, a quando mi avresti chiesto come sto, se mi vuoi bene e via dicendo. Però adesso ho scelto diversamente: se non vuoi esserci, cerco dell’altro, cerco amore da un’altra parte. Non mi interessa più aspettare nell’angolo in attesa che tu ti accorga di me, preso come sei dal tuo dolore aggrovigliato. I miei li ho risolti, mi sono rimboccata le maniche e ho cercato di stare bene con me stessa e le mie assurdità, per buona parte ci sono riuscita, anche se non del tutto. Per i tuoi, non chiedere a me.
Potresti a questo punto ribattere che l’amore significa perdono. E comprensione. Eppure, quella che li deve dispensare a te, e l’ha fatto per trentadue anni, non sei tu, ma solo io.
Tienine conto, quando verrai (se verrai) ancora a cercarmi.
Tienine conto, io ne terrò conto. Perchè a questo punto non so cosa ti risponderò, forse un secco no.
Mi sono adattata, con te come per altri, a smettere di aspettarmi qualcosa. Ho smesso di sentirmi in colpa, di voler essere diversa a tutti i costi per essere anche solo accettata, non dico amata, o compresa, ma accettata, voluta, cercata. Non è così, l’ho capito. Non sono essenziale, lo so, nemmeno per te, che sei un mio familiare.
Ma lo sei? Quando hai smesso di chiederti come sto, cosa faccio, se io sia felice?

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