Atalanta

L’estate stava prendendo quel colore giallognolo che tanto le ricordava il pallore d’un itterico ultimo stadio. Granelli inutili, grandi come chicchi di riso, scivolavano fragili e untuosi tra le dita della mani, correndo poteva avvertire il suono melmoso della battigia colpita dal ritmico suono antico, la noia confidenziale d’un passo sempre uguale. Per fortuna che almeno gli scogli con il loro viscido piattume avrebbero potuto donarle qualche brivido: una punta, un corallo, un mitile misterioso.
Atalanta correva, con lo sguardo intento a catturare di qua e di là, come un programma televisivo visto migliaia di volte, e la certezza di non ricevere alcuna sorpresa, il paesaggio circostante.
Alla fine di luglio del suo tredicesimo compleanno odiava tutto e tutti.
Quel luogo tanto ameno, il paese in cui viveva, la sua famiglia tanto amorevole, gli amici simpatici e poco impegnativi seppur confidenziali… il fatto di non avere alcuna preoccupazione destava in lei profondo disagio, persino il suo aspetto tanto innocuo non le garbava, la convenzionalità totale del suo vivere le stava stretta, come un costume appiccicaticcio e nuovo.
Non era quello che desiderava. Correva col passo strascinato, stranamente riusciva ad andare molto veloce e insieme molto annoiata, quasi una falcata di cavallo zoppo veniva a crearsi in quel ritmo assurdo, così monotona… tranne, un piccolo elemento nuovo. Qualcosa che non aveva mai sentito nelle sue interminabili corse, ma cosa era? Esaminò tutti gli input sensoriali, uno per uno, vista, olfatto, tatto, udito… ecco, un suono diverso, un poco sovrapposto al suo, bisognava tendere bene l’orecchio per sentire la differenza ma c’era, come un leggero scarto nel suo passo appena dietro a lei. Per un po’ rimase ipnotizzata ad ascoltare, poi con calma cominciò a fare qualche esperimento: rallentava, accelerava, procedeva a onde, imitava la sua stessa andatura. Il suono si comportava in perfetta mimesi alla sua, quasi con ironia. Atalanta cominciava a divertirsi, e nel contempo inquietarsi. Senza preavviso si fermò.
Solo il suono delle onde.
La ragazzina camminava ora, piano, quasi per non disturbare il mondo con la sua presenza.
Ogni tanto raccoglieva un sasso rotondo, bello, il migliore che trovò aveva forma di pistola, di quelle aliene. Per giocare con se stessa si girò di colpo, la puntò a casaccio dietro di sé e sparò.
Sentì un flebile grido ultrasonico.
Ecco, ora anche l’estraneo era stato eliminato.
Mentre il dolore le illividiva le nocche, Atalanta prese i suoi sassi, li rimise sulla spiaggia e tornò a casa, per sempre sola.
Il suo compagno immaginario, l’ultimo della sua solitaria infanzia tanto felice, era morto.

Il cielo azzurro e bronzo, la luce del sole dorata, il mare a cosa servono alla solitudine d’una creatura morta ancora prima di nascere?

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