inverno

Ancora un mese segna
la sveglia dei birmani asciutti.
Rintocca piano sul vento
il primo uccellino di marzo,
sbatacchiato e ancora magro:
s’è sperduto nei cieli
e le nubi minacciose lo riportano
al nido, alle pulci fra le piume
non morte, non vive,
assiderate, come il suo cuore neretto.

Sbadigliano gli orizzonti sbiaditi
non si struccano abbastanza in fretta
dell’ultima stagione troppo mite;
il mito dell’aurora danza
con le dita recise

in fondo alla grotta
dove mi lecco le ferite
si muove una massa informe.
Potrebbe attaccarmi
potremmo aggrapparci
all’ultimo lembo di silenzio
prima del fragore della bufera.

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