nomini

Come pronunci il mio nome
è un mistero focoso
al mio orecchio. Stendi
stendi vocali con sicurezza tonda
d’un suonatore d’organo
e dolce in giri di gocce
scende dai tuoi occhi
il desiderio preciso e dorato
d’una consonante liquida
o velare, che sia.

Sia che sussurri
sia che grida
è l’ucente e d’oro
la camicia che tessi
tra me e il tuo corpo
e sul mio animo
-con quella bocca-
che potrebbe dirmi amore
insultando l’empireo rettificato.

Cadrebbe, in pezzi,
l’ultima delusione
e vivrebbe di proprio battito
al soffio solletico e umano
del tuo braccio steso.

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