non essere mai nata

Adesso e per i prossimi seimila anni uraniani, dovrò abituarmi a delle cose cui non ero preparata.
Dovrò immaginare solitudini che non conoscevo, fredde atmosfere da vuoti spenti.
Un varco di luce non si vede.
Fisso il ventilatore oscillante, con la sua efficienza riservata mi informa dei 27°C nella stanza.
Un piccolo fiore con il suo figlioletto o cugino nano a fianco.
Piccole tacche verdastre che paiono i regoli della prima elementare.
E quel vortice. Due frecce in sequenza, arrotolate le une sulle altre. Potrebbero essere un segno del ciclo continuo. Però in qualche modo ho come la sensazione che mi stiano prendendo in giro.
Ho la netta sensazione di essere derisa anche dalla materia morta.
Effettivamente non è possibile, nè credibile, ma questa sua impassibilità mi manda ai matti. Avrebbe dovuto sciogliersi, dileguarsi, smaterializzarsi tutto. E invece gli oggetti sono ostinatamente qua.
E trovo fastidioso che io senta le solite pulsioni da essere vivente: fastidi al naso, mal di testa, insonnia, fame, minzione. Non ha senso.
Sì certo, la vita va avanti e bla bla. Ci si deve fare una ragione eccetera. Sii forte per quelli che yawn.
Davvero, razionalmente lo capisco. Ma qui si parla del mio cuore. E quello mica ascolta il cervello, vuole solo una cosa e non gliela posso fornire. Mi sento dentro tipo una scena da telefilm poliziesco di infima categoria, dove lo spacciatore (musica pericolosa di chitarra elettrica) si nega al drogato che lo prega in cinese di dargliene solo un’altra piccola dose. L’ultima, per sempre. E lo spacciatore si dice dispiaciuto ma purtroppissimo non ne ha (balle) al momento. Una sirena in lontananza (crescendo musicale con percussioni) e un’auto blu sgomma nel vicolo. I due scappano velocemente, ma il drogato inciampa e viene fermato dal poliziotto testardo e dallo sguardo duro. Fine.
Ho guardato troppa televisione.
C’è chi reagisce al dolore affondando nelle attività compulsive. Io affondo nell’ozio. Non ci riesco. È come se la mente andasse talmente forte, così senza freno, verso la scarpata più vicina, che solo stando ferma riesco a vederne la caduta. E magari la posso prevenire. Mi sembra che si stacchi la testa dal collo e pesi più dell’intera luna e insieme il resto stia lì, rigido tipo armatura medievale. Appena mi muovo scompare la sensazione di fissità. Ma io non voglio se ne vada. È un torpore confortante. È come non essere mai nata.

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