uno sfogo

È uno sfogo, ci tengo a precisarlo
non c’è desiderio
di farne un buon testo.

Ho bisogno, un pressante bisogno,
di oppormi e insieme lasciarmi fluire
dall’insieme di particelle verdognole.

Hai presente quando guardi
dall’altro finestrino
il bordo del marciapiede, a volte chiaro a volte scuro.
Veloce sfila, se fossi in modalità pedone
sarebbe lento e sconnesso,
e invece la corsa lo trasforma
in un nastro granuloso

e d’improvviso, come il colore di un uovo,
capisci che tu sei troppo veloce
ed esso troppo lento.
Una decisione molto scura
si avvicina a coda bassa
e tu la accogli, la accarezzi
finisci per volerle bene.

Come con te, ho ammirato il tuo profondo dolore,
ho pensato fossi un orrido
scosceso, pieno di erbe brillanti
e scrosciante d’acqua pura.
Ho capito oggi che m’ero sbagliata,
ho battuto la testa migliaia di volte
contro un plexiglas
sintetico, utile e profondamente falso.

Sbandieravi con certezza
i tuoi grandiosi obiettivi:
la tua sicura vita così liscia
tanto facile da sembrare stupida.
E in effetti, mi sei antipatico.
Cosa diavolo mi piaceva di te?
Me lo son chiesta per tutta quella interminabile mezzora.

Il cuore non capisce
il tuo minuscolo,
il mio mormorante,
è quello il padrone
il mio padrone.

Tu non sai niente di me
e non lo hai mai saputo,
son stata solo la barista
che ti teneva compagnia
quand’eri ubriaco di noia.

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