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Jiri Sliva

Domani avresti compiuto gli anni.
E io ti avrei fatto gli auguri. Del resto sopportavi poco più, da tanto tempo.
Eri come mercurio, scivolavi e svicolavi qualunque festa celebrativa, comprese quelle comandate. Magari due sorrisi, un bacio (frettoloso, vista l’allergia alle manifestazioni di affetto) un ringraziamento e poi scappavi.
Come se le pareti delle stanze e le persone potessero schiacciarti d’improvviso se non ti fossi allontanato in tempo.
Mi ricordo che al mio matrimonio durasti più di tutte le celebrazioni precedenti: almeno tre ore. Un record. E non sai quanto lo apprezzai allora. Più di qualunque regalo o complimento.
La mamma conserva la foto in cui siamo io e te, dove sto per maledirti per essere arrivato quasi in ritardo dall’inizio e nel frattempo ti adoro con lo sguardo. E tu mi sorridi dei tuoi raggi di sole inaspettati.
Infatti, d’improvviso, eri pronto a prendermi per mano e portarmi da qualche parte. Da qualunque parte. Contava il viaggio, contava per te non fermarsi e condurmi, come se quello dipanasse la tua ansia di vivere, di capire cosa fosse giusto per te, di cosa fosse felicità per te.
Io sono una da felicità ferme, a passo lento. Pianifico per quanto mi è possibile, perché il mondo non mi venga addosso tutto di colpo. Sono una da passi lenti, che le sensazioni mi aggrediscono, a volte, persino le mattine in cui vedo l’alba andando a scuola.
Tu, tu cercavi il tanto, e lo riducevi a bolo mentale, e poi lo volevi ancora, e diventava troppo. E poi ti chiedevi perché non ti rendesse felice. Smontavi la tua esistenza con la precisione sadica di un chirurgo e la lasciavi lì, a pezzetti. Del resto non eri attaccato alle cose, i regali ti lasciavano abbastanza indifferente, il guaio è che con lo stesso distacco angosciato vedevi te stesso. E io mi chiedevo come facessi, come potessi essere così distante dalla tua vita, così implicato e insieme distorto, o distratto, non l’ho mai capito.
Oggi gli auguri non te li posso fare, però voglio imparare ancora una volta qualcosa da te, dalla tua lucentezza. Voglio imparare a falcare i prati con quella sicurezza elastica, con la confidenza precisa verso gli spazi, gli insetti e le creature viventi, la sola e unica regola che ti rendesse libero e placato.
Oggi mi faccio accompagnare da te, nel tuo regno, nelle tue acque verdi e ombrose. Oggi invece di accendere una candela, ti canto in qualche modo.
Tanto non sarà esatto, come nessuna parola lo è, quando ti parlo, quando parlo di te, e di chi sei per me, della sensazione tremenda e insieme confortante che non cambia, che mi sentirò sempre smarrita. Che sarò perduta senza la tua mano, senza il pericolo dolce di quando in bicicletta levavi le mani e facevi finta di cadere.
Ti voglio bene, non dimenticarlo.

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