Insalatone miste

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Devo essermi persa qualcosa nel mentre che la mia sviluppatissima intelligenza si nutriva di nozioni, abilità e comparazioni astrali, tra la fine dei novanta e i primi duemila. Insomma, tra liceo e università. Forse è la mancanza di entusiasmo per gli aperitivi, per le uscite in compagnie da centomila individui, o forse una seria dose di scazzo.
Tanti (stavo per scrivere tutti, maledetta presunzione) mi dicevano che scrivo cose belle, che so tradurre in caratteri ciò che molti solo pensano, e addirittura lo so elevare in qualcosa di più.
Ergo, scrivere blog fighissimi e di largo successo mediatico-facebookiano, dovrebbe essere un scherzo, no?
No.
Una volta pensavo fosse questione di introversione: io non ho un pubblico fondamentalmente, scrivo per necessità, piacere, desiderio, disperazione e via dicendo, ma di sicuro viene dopo di tutto il chi leggerà. Che certo dovrà esserci o ci sarà, altrimenti mica farei un blog. Ma il pubblico, viene come conseguenza, non come causa, non so se mi spiego. Mi fa piacere essere apprezzata, schifata, pure ignorata, è quello che amavo dei siti letterari (quando li frequentavo), tuttavia rimaneva uno scambio con certi miei irrinunciabili capisaldi: io Scrivo per me stessa, a me stessa, che spero sia anche un po’ quello che senti tu, ma se non fosse, va bene uguale, anzi fammi sapere in che misura non lo è, cosa lo sarebbe e via dicendo (cosa che sarà accaduta cinque volte in dieci anni, ma vabbeh).
E invece, mi accorgo che il successo dinamico (considerando il mio statico, se non assente/zombie/morto) risiede nella piacioneria. Li devi un po’ lusingare i lettori. O li fai ridere, piangere, sbuffare, incazzare, insomma coinvolgere ma senza troppo sbattimento approfonditivo (non siamo mica in un corso di filosofia, ecché), se non lievi rimandi non troppo criptici, li attiri diciamo con una certa dose di qualunquismo, o non ci riuscirai mai. Oltretutto questa simpatia (sym-pathos: sentire insieme; e mi sono giocata i tre che staranno leggendo questo noioso e lagnoso post) deve avere un giusto equilibrio con la significanza: ok parlare di pomodori nell’insalata, ma aggiungere le varietà, i ricordi da bambina, i condimenti (NON la storia del pomodoro, mio appunto personale mentale) oltre a un certo livello, sarebbe troppo impegnativo.
Disimpegnato, ma non troppo, chic ma easy. E vabbeh, non ce la fò, come diceva la mia profe del liceo, anzi “Nun gliela fò” (se mi leggi, grazie pure dei quattro sui temi).
Io non sono capace di piacionare, di far ridere a comando, di riservare le arguzie nel momento giusto eccetera eccetera. O meglio, forse saprei anche, ma lasciatemelo dire, cheppalle.
Oh, CHEPPALLE.
Ma una volta, una sola, la potete fare voi la fatica di leggere e capire, visto che vi siete accaniti nel dare un senso a certe opere lunghissime e inutili, a tratti brutte, tipo Twilight?
No. Nun se pole. Niente, ci avevo provato io.

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4 pensieri su “Insalatone miste

      1. Sono impressionato dalla dolcezza che traspare da questa replica. E’ sicuramente l’atteggiamento giusto da tenere nei confronti del prossimo, e sono convinto che ti attirerà molte simpatie. E il bello è che il post l’avevo letto… ti saluto, rinnovandoti i miei complimenti per la tua innata squisitezza.

      2. Non hai detto niente sul testo, solo che ne avevi scritto uno tu simile. Me ne frego altamente della dolcezza, e pure del resto. Ciò dimostra che non mi hai letto e tantomeno capito. Sparisci

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