criticamente

la critica. che gran macello. dalla notte dei tempi colui che crea è convinto di avere il merito di quel che è creato, di esserne il padre, di averci avuto a che fare con quella materia. la critica invece parte da un presupposto diverso: ciò che crei è fuori dal tuo controllo, è altro da te.
è più o meno come con i figli. anche se da genitori puoi sentirti in causa, dispiaciuto, mortificato o orgoglioso di tuo figlio, è pur sempre un individuo distinto, estraneo, fuori da te. pensarla diversamente, lo renderebbe un tuo parassita, una mera esaltazione egocentrica ed egoriferita della tua produttività.
il punto è: sei disposto a lasciare stare i tuoi meriti come creatore e concentrarti solo sulla creazione finita?
l’uomo è un animale complicatissimo, molto vanesio ma in senso buono: senza riscontri positivi di sé come sarebbe possibile crearsi un’autostima? eppure, questo può riguardare la nostra personalità, non le nostre azioni.
“hai fatto una bella cosa”: evviva, che buoni risultati ho raggiunto! – sono una brava persona – mi vanto di questo
non si può procedere così, altrimenti si vive in un’altalena continua di sentimenti positivi e negativi, di ostentazione e depressione. sarebbe terribile. l’autostima serve, come persone e come autori, ma molto di più ha senso essere consapevoli che MOLTO di quello che esce da noi è risultato di processi poco controllabili, inconsci, dipendenti dalle circostanze, anche.
in tempi antichi si pensava all’artista come un invasato dalla musa, intesa come dea vera e propria. quindi come se fossimo vasi riempiti, che se svuotati non producono più nulla.
e io sono d’accordo. posso scrivere bene o male, ma questo dipende moltissimo da come filtro eventi che capitano in fondo a tutti, dal mio desiderio di metterli in parola, e non ultimo, dal piacere (inteso in senso profondo e divino) di condividerli con qualcuno, seppure di passaggio e poco appassionato della materia.
cosa c’è di più misterioso dell’arte e dei suoi meccanismi? di questa ri-creazione di sé e del mondo, seppure avulsa da sé e dal mondo?
quindi, una critica ben fatta, ha il pregio di offrire risonanze, a volte consigli, ma sempre considerazioni legate alla sensibilità profonda del lettore. e questo non significa né che sia buona, né cattiva. tantomeno incide sulla lunghezza. importa l’impronta. epperò, si può fare quando qualcosa ha capacità di risonanza, davvero, per il lettore. un effluvio immortale, diciamo.

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