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Vedo un quore
lontanissimo,
sbucare, acceso

mi avvicino, cauta
sono esseri schivi
e preziosi, selvatici

Lui mi ha visto
molto prima di me.
Alza le orecchie tenui
e gli occhi grandi e lucidi.

Io allungo una mano
e lui freme.
L’alba sta per nascere
nei suoi occhi.
Un uccello grida.

Scappa

Sono sola,
stupida e felice
al margine dei salici.

Come una biglia rotola
nella U soddisfatta
fa rumori sordi concentrici
e silenzi ardenti.

Il minaccioso mangiare
di pulci e insetti
che saltano da collina a collina
e volano, in formazione
nella mia testa.

Mentre la biglia rotola
disperata, senza via
senza uscita.

la-melassaC’è una cabina
ancora attiva
dove carica la notte
e nel fumo di vetro
l’accortezza di non farsi sentire
solidifica; lenti processi genetici.

Concrezioni ascetiche
in asfittiche perlescenze,
coperte di ditate aliene
e vibranti di calori spariti.

Il caldo secco
che s’impadronisce del giorno
ristagna, e rallenta il tempo
di melassa tiepida e scura:
la macchia che dai vestiti
non so più togliere.

Invasioni di primitivi
e composizioni, sciape.

Col tempo e col cuore
battente e ricevente
si avranno nuove mitologie
vecchie sorprese, di nuovo.

Comprendo e non comprendo
inutilizzato, lo specchio
che mi hai donato.

Lidi improvvisi
tra la veglia e il sonno
si allargano le secche,
le mie reti vuote
e il fondo che striscia
in questo grigio d’alba umana.

Dalla baracca pensavo
che gli uccelli
smettessero di rubarmi il pane
ma sono fregate.
Qua, sulle rive del L’ente
sola, umida di cera
infilata a forza
nel barile del penitente,
in perenne attesa scolorita
d’un inizio imminente.

Statue of Kore, dedicated to Hera by Cheramydes of Samos; front view

Passeggiando sugli alpeggi
indirizzata in luoghi necessari
con una spiga nel fianco
e un fiore in bocca,
rumino, piscio, mugolo

mi abbarbico alle cime
che vedo lontane, brumose
con gli occhi vuoti
come la dea dagli occhi bovini
e dalla bianche braccia,
assente, placata, muta

inerte e quadrupede.

 

Sono solo un cane
che egoista accade
corra lungo i binari
per il gusto mentore
di incidere i denti
sul legno delle panchine.

Sono solo una panchina
che ha atteso sotto la pioggia
i denti nel legno verniciato
cui una sporta sporca
fa compagnia con i suoi borbottii
di vento e umidità.

Sono la borsa perduta
in plastica pura
di anni settanta
vuota e piena.
Sana e malata.

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