Niente, Janne Teller

J. Teller “Niente”

Una storia breve, una novella, più che un vero e proprio romanzo, tanto che lo scenario cambia pochissimo nel corso delle pagine, mutando solo per le stagioni e i cambiamenti indotti dai personaggi.

Inizia con facilità: un gruppo di ragazzini tredicenni scoprono che un loro compagno si rifiuta di proseguire la vita normale perché ritiene che non ne valga la pena, perché niente può fargli cambiare idea e, pertanto, ha deciso di rifugiarsi sull’albero di casa sua e non scendervi più.

La negazione del senso delle loro vite, questa strana sensazione che qualcuno possa negare l’intelligenza che sta dietro allo scorrere degli eventi e al raggiungimento dei loro obiettivi, spinge il gruppetto a costringere il compagno a scendere dimostrandogli che esistono moltissime cose per cui valga la pena vivere giù da un albero.

Ovviamente, il novello Diogene se ne guarda bene di dare peso alle loro puerili prove, che consistono negli oggetti cui tengono di più, uno per ciascuno.

Così, in modo tipicamente grottesco nordico, la spirale si spinge verso il basso e il sordido chiedendo in pegno prove sempre peggiori, compresi esseri viventi, prove di coraggio, dolore gratuito e morte.

Alla fine della storia nei risvolti finali, il tutto assume le caratteristiche di un macabro selvaggio sabba stregonesco, dove i ragazzi diventano come le Baccanti della tragedia e lacerano qualunque cosa gli si presenti di fronte, senza che alcuno di loro si senta poco più che turbato dalle immediate conseguenze gandguignolesche.

Il tono del romanzo è come quello che rilevo spesso negli scrittori scandinavi: freddo, chirurgico ma insieme attraversato in sottofondo da una vena crudele e disumana, con quelle perifrasi un po’ da sagra di paese, simile alle poesiole per bambini, dove i nomi diventano epiteti e le movenze dei personaggi appaiono come bizzarre piroette di danza, necessarie e inevitabili, per quanto orrorifiche. Nessuno di loro sembra intenzionato a soffermarsi per più di una mezza pagina sulle conseguenze reali e importanti che le loro scelte avranno, sono oggettivamente inconsapevoli, barbari, amorali.

Pensando a un artista che potesse racchiudere il tono di quest’opera, mi è venuta in mente l’arte di George Grosz, dove omini grotteschi e fiabeschi si muovono come animati da un agente esterno, come pupazzi a molla, compiendo le peggiori mutilazioni morali possibili. Il punto di contatto tra le due opere sento sia la parola “oscenità”, nel senso di non avere timore di mostrare il peggio degli abissi umani, usando come paravento l’uno la guerra e l’altro l’innocenza dei minorenni, ottenendo in cambio ritratti di figurette assenti a loro stesse, in senso profondo, superficiali da tanto poco sono credibili, a meno che sia vero che siamo tutti in realtà piccoli viziosi violenti nel profondo.

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