Depressione

Ieri avevo in mente qualcosa
nel dormiveglia si agitava
tra il volo di un aereo
e le stanche braci di un mortale sopore

Avevo in mente qualche brandello
di sicurezza o forse di insicurezza,
come un geco che corre sul soffitto
e nella notte mi spaventa, innocuo.

Il vaso si è richiuso
con i pochi mali ancora nascosti
nei suoi angoli infiniti di cerchio:
di trecentosessanta gradi
è fatta la forma del mondo

lo sorvolo, in fette blu di niente.

Avevo qualcosa in mente
sarà volato via, depressurizzato.

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If

Se potessimo e in fondo non possiamo laveremmo l’ultima scure nel fondo dell’agonia lucente o staremmo ancora qua, a farci scudo dei migliaia di corpi contundenti che dal cielo piovono, cantano e dedicano orazioni al murmureo vuoto di soli cortei fatali.

Sacchetti

Volete parole
Volete discorsi
E dibattiti lunghi
Su quanto sia importante
La vostra vita, la vostra solitudine
E poi la sofferenza
E il mare nel cassetto

Volete un’orazione
A tutte le vostre corrispondenze
Una specie di saggio a centesimi
Da fare parlare quando vi serve
E fare tacere quando dice il vero

Volete tanto e tantissimo e di più
Non pagarlo, come i sacchetti
Se non con i resti del presente

Volete e volete e volete
Arcipretendete

Il vuoto in plastica non riciclabile
Non si riempie coi sogni degli altri.

Buon qualcosa

Non scrivo mai
per capodanni o compleanni
non mi piace, se non per lui
che non leggerà, glielo perdono
scrivo per me, in fondo
per farmi meno sola
meno indipendente
da legami e regalie.

Un salto a piedi uniti
tra il mondo e il mento
ché un simile abominio colorato
scoppiettante e sibilante
senza aste e senza ricordi
senza te, senza me.

Ho lasciato una pelle di femmina
a rappresentare ciò che sarei;
penso non sarà un problema
eclissarmi ancora dai pensieri
di chi non mi ha mai pensata.

Scholè

Penso che non sia affatto chiaro a chi ho vicino a scuola. A me non frega una sega di NESSUNA delle cortesie che vi usate a vicenda. Mi fanno solo rimpiangere il progetto giovanile di fare un lavoro solitario. Non ho niente da dirvi. Non ho niente da condividere. Salvo il mio lavoro. Quindi è INUTILE appellarvi alla missione insegnante: non sono una missionaria, una mammina, un’amica, una bella persona, un cazzo di niente altro che una che porta soldi a casa. Entro, faccio il mio dovere e me ne vado. Non vi piace? Sticazzi. Non è un mio problema. Sono stata calpestata con enormi stivali di ferro in progressivo dolore, umiliazione e cattiveria gratuita proprio mentre opponevo il meglio di me e mi fustigavo da sola per i miei EVIDENTI errori. Il risultato? Sei mesi di ansia depressiva. La sensazione che anche solo mettere piedi in una scuola mi farà prima o poi procurarmi un’orticaria fulminante, tipo Saulo ma al contrario. Perchè il punto non è come lavoro, ma non vi va giù come sono fatta, e NON POSSO/VOGLIO/DEVO essere diversa da me stessa, come ho tentato di fare per trentacinque anni di vita. E, bambini miei, ho smesso di condizionarmi per un lavoro (e lo sottolineo) che non mi deve dare altro che sostentamento per vivere. Vi urta? Beh, allora forse siete voi a dover rivedere le vostre priorità. Le mie sono cambiate. E in parte ne sono grata. Mi fa schifo l’ambiente scuola e va bene così. Obbligatemi a fare le cose che ho per contratto da fare, per il resto ho chiuso.

decisioni

La gioia contenuta
di svegliarsi quando
fuori tutto è un’agonia
di piccioni disperati
e tu ne senti il canto
e sai che non vuoi farlo
– ma come sempre accade –
devi e decidi, che qua finisce
il vuoto che ti aveva incatenata.

Come se decidere
fosse un verbo del cuore.

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