ma

ma il vero amore, non ha un senso
ti trasporta in posti che nemmeno vorresti
e in fondo ti ama
anche il più infimo dei guai

non è mai uno spreco
essere quello che sei
e provarci, e dannarti
e poi continuare a volerti meno integra

per quel pezzo di me
che mai mi restituirai
il vero amore non è mai
uno spreco di tempo

il vero amore
anche scalcinato
anche bucherellato
dal rimorso e dal dolore
non è mai uno spreco

e di questo fantasma
che mi hai lasciato
e che cerco di tenere tra le pieghe
nascosto, manifesto

il vero amore
-come questo-
è uno spreco di te.

aste

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Infinite sfumature di blu
e poi, inquietanti orizzonti di malva
su tele scrostate d’argenti antichi

il quadro completo
delle mie trasformazioni
all’asta dei pirati antenati,
costa niente, costa un soldo
più bucato del cielo

e il minimo che potrebbero fare
è avvicinarsi, guardarlo da vicino
e scartarlo, come il prodotto proletario
di un’epoca ormai svanita;

-il blu rimane sui vestiti
in microgranuli d’ottusità,
il malva gli sporca la stola di piume
e l’argento, peggiore di tutti,
riluce, malizioso, tra i trofei-

scarsamente

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magic macro world

Esistono scarsità e scarsità
un guanto perduto
vuoto della mano che lo riempiva,
un letto disfatto
pieno di una giovane bianca

esistono impedimenti e condizioni
speciali, rattrappite
in angoli polverosi
di ragnatele di gatto coperti;

educano al meno, o almeno corrodono
aspettative inefficaci,
su davanzali ipocondriaci:
guardiamo le gocce di acqua
che scorrono sul vetro nero.

Guardiamo le gocce di vita
che scendono dal cielo pieno.

viaggiatori

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tra le piaghe
nella linea d’ombra
del tempo che si completa,
la cintura di orione
spezzata, a metà
e un taglio, longitudinale
lungo il tropico del capricorno

il viceré voleva trovare
segni di vita
in fondo ai viali lattei

e invece
dalle lenti zigrinate del sorriso
vide solo poche passanti
poche, invero, maestà.

Annibale

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se approssimiamo
le cifre al minimo
albeggiante comune denominatore
un dna rimane nascosto
la chimera assurda
bluette, come occhi finti
quei vetri espansi
che ti ostini a chiamare occhiali

la mia vena reattiva,
come vedi non sgorga più
neri rimasugli, grumosi e liquidi
come se tutta la noia del tempo
si fosse addentrata, intromessa
fra i recettori sinaptici
fra le molecole curvilinee.

in un chiaro segnale di attacco
brilla un solo granello di sale:
anche in questa vita
Cartagine la grande
sarà rasa al suolo.

uno qualunque

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Il mio cuore
È un bel deserto
Un luna park dismesso
Pieno di cemento e terrapieni:

Vento freddo soffia
Sui mari senza bagnanti
Solo grida di animali antichi
E figure di vecchi intabarrati

Il mio cuore
Un deserto asciutto
Di volpi artiche e africane
In danze d’amore sorprese
Nel mezzo delle urla dei coyote
Nella notte albeggiante

Un frinire di foglie secche
Mi riporta al momento

Un deserto
Il mio cuore;
Oasi distanti
Fra le morgane.

cent’anni

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Nel momento stesso
in cui la miccia si accende,
si accorcia il filo
e la memoria esplode
in pezzi minimi, connessioni rivali

tra le fronde dei sogni,
il maschio ad angolo vivo
difende dagli attracchi:
fischiano sulle teste dei Proci
palle in arenaria bianca e nera
e i magazzini in macerie
vuoti di granaglie e uomini.

La guerra dei cent’anni
dura un minuto
nella mia testa.
Scelgo sempre
il nemico migliore.

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