il sole

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Il sole mi attanaglia da quasi sei mesi.
Ogni mattina apro le finestre e spero sia nascosto, scomparso, disattivato.
E invece no, sempre lì.
Il sole mi piace, ma lo preferisco quando un salubre strato di nubi, nuvolaglia o nebbia lo ingentilisce, lo fa tiepido, confortevole, come un gatto addormentato ma vigile.
E invece, è qua. E non si scorda di splendere ogni giorno.
Una specie di condanna karmica: sei stata male, hai avuto l’ansia e la depressione (lievi per fortuna), hai perso Glauco, un lavoro che amavi, la fiducia del tuo pulcino, così tante cose, lo scrivere, il leggere, e io splendo. Splendo. E non ti lascio in pace.
Ti stano, ovunque tu sia: mi insinuo sotto le tue lenti, filtro da qualunque angolo tu trovi riparato, ti faccio sudare, imprecare, detestare le mezze stagioni, che tutti adorano, il sole, tutti sono solemaniaci, tranne me.
A volte mi sembra peggio di una tortura cinese. Rinasco con la pioggia e il freddo, e la neve (se qua resistesse) e invece è come se dovessi restare opaca, assonnata, passiva.
Lo faccio, anzi non lo faccio, come i cinesi insegnano mi lascio trasportare dalla legge cosmica, il Wu Wei, il Non Agire, tanto suderei, mi troverei a remare contro al mondo. Quindi rimango al buio. Per fortuna vivo in una casa degli anni sessanta, con muri spessi e penombra perenne su un lato. Si sta bene qua, non c’è gente, posso smettere di sprecare del tempo a sorridere, avere cura di cose che non mi importano più, perché si usa così.
Per fortuna, esistono piccolissimi soli opachi, quasi lune, che splendono laggiù, venute da chissà che galassia, aliene, vergini. Solo mie. Segreti così bene in vista, che solo io ne so la bellezza nascosta, o meglio me la figuro: il futuro, come di Calvino, è il mio territorio da conquistare, che mi viene incontro mentre cammino, ed è solo mio.
Mi piacerebbe poterlo fare all’ombra, però. Mal sopporto le lande assolate.

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I Filosofi

Una cosa peggiore dei creduloni? Gli pseudo filosofi che si inchiappettano a vicenda prendendo per il culo chi non la pensa come loro. Quando fare cultura non serve a niente. Gente che prende in giro con la presunzione di avere le chiavi in tasca per costruire un sistema di pensiero nuovo, perchè sicuramente senza tutte le filosofie passate non ci farà un minestrone insipido e inutile, no. Loro sono meglio. I filosofi bulli mi mancavano. Il piacere sottile di dire e deridere quelli che hanno gettato le basi per la loro libertà di pensiero, come se fossero stupidi o chissà che. Cosa probabile, ma da qui a incoronarsi reucci del reame Immateriale, basta niente. Non esiste un pensiero migliore, peggiore, decostruibile a colpi di piccone e merda. Siamo tutti sullo stesso livello, perchè siamo tutti creature senzienti, con pensieri e sistemi di pensiero. Volete rifondare la libertà nel pensiero occidentale? Prendendo a sassate gli altri, verrà un lavoretto di fino. Sicuro. Nessuno ha maggiori diritti di altri sul modo di essere e vivere. Non scordatelo. Non siete più bravi, intelligenti o meravigliosi di nessuno. Anzi, se posso, meglio cento volte i miti santoni che classificate come imbecilli orientalisti incapaci di pensare in autonomia. Almeno, una parvenza di rispetto, ce l’hanno. No. Non ci siamo. Non siete Nietzsche, non siete Dio e non sarete mai ricordati. Meglio le filosofie piccine delle persone senza velleità astruse. Di gran lunga.

senza fine

Il viaggiatore medio saliva prestissimo sul bus.
Alle 6.15 era già in stazione, nella bruma mattutina a tremare in attesa dell’autista, mentre un pallidissimo lucore roseo appariva all’orizzonte, inondando il marciapiede e i cementati campi di un colore quasi irreale.
A lui piaceva quel momento, era rinvigorente: l’odore del freddo gli riempiva le narici e il cuore.
Salì in silenzio nel bus gelido, un’occhiata di saluto all’autista e scelse il posto dietro il suo sedile, gli piaceva quell’intimità senza parole, quasi animalesca da branco che si sposta tutto insieme, semplici esseri umani trasportati. Sembravano tutti buoni a quell’ora della mattina. Persino la vecchia acida che si lamentava in dialetto, tutte le mattine, con il guidatore immusonito e grugnente.
Addocchiò i numeri dell’orologio digitale: rossi, invitanti, minacciosi.
Anche oggi segnava un’ora sbagliata, le 97:88.
Pensava, come tutte le mattine, che fosse l’ora di un altro sistema di conteggio, forse Maya, forse di qualche civiltà aliena.
Si divertiva a osservare le ore cambiare filtrate dal vetro curvo della protezione di fronte a sé.
Erano le 99:88, poi le 77:78.
Cambiavano sempre.
Sorrise, da solo. Avrebbe viaggiato in quell’ora per sempre, potendo. Piena di cose nuove e sempre uguali.
Si perse nel paesaggio del finestrino.
Poi, sussultando, osservò l’orologio da polso, era quasi ora di scendere. E vide 97:90.
Si stropicciò gli occhi. Lo guardò una decina di volte.
97:95.
– Mi scusi…
– Mhh… dica – l’autista incazzato.
– Ma che ora fa lei?
– Non vede sopra?
– Ma, non esistono queste ore…
L’autista lo guardò, con attenzione per la prima volta.
– Ma lei, dove crede di essere salito?
– Non è l’autobus delle 6.15 per Gargnano?
L’autista rise con i denti gialli e storti.
– Ha letto male: questo va a Garniano.
– Dove scusi?
Ma l’uomo si era seduto.
Il viaggiatore medio si sedette, sconsolato. Attendeva la propria fermata.
Non sarebbe mai arrivata, le strade erano un nastro continuo che collegava tutti i luoghi del pianeta, e l’alba non sarebbe mai arrivata.
Ogni tanto, osservava l’orologio, in preda allo sconsolato terrore: 98:99, 00:10, 25:45, che segnava con sospetta regolarità orari casuali.
Il nastro argenteo si sviluppava lunghissimo, imprendibile, senza soluzione di fine. Senza una fine.

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e continua a non piacermi la gente.

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E continua a non piacermi la gente.
Attenzione, non le persone singole. La gente.
Il magma colloso che tiene insieme quel mostro di bava, lacrime (fasulle) e prodotti organici di varia natura formato da teste, da braccia mani arti che sbraitano, piangono, oscillano, al vento del momento, del facomodo, del tutti lofanno, perché io non posso?
Come si suole dire: nel branco siamo individui senza anima, presi da soli dei bravi ragazzi. Ecco, balle.
Le persone pessime nel branco, lo sono anche da sole. Semplicemente gli fa comodo apparire carine e pucciose, per difesa, per convenienza, per solidarietà verso se stessi.
Infatti, messe dietro a una maschera (professionale, virtuale, amicale, eccetera) si sentono abbastanza al sicuro per tirare fuori il peggio di sé.
Il guaio è che quando hai l’opportunità di vedere oltre il personaggio, scopri che è tutta aria compressa. Che non c’è niente. O al massimo, i secreti corporei di cui sopra. Anzi, a proposito di secreti: tanti di questi individui, se ne ammantano. Si trincerano in fondo a tane buie e misteriose, millantando luccicanze varie. Ecco, non è vero. Palle. Come diceva Oscar Wilde: le donne (presto la parola e la sostituisco con individui) sono sfingi senza segreti. Perché gli manca quella pienezza che non si può simulare. E allora tronfi sbandierano doti, titoli, difetti, qualificazioni all’università della vita, splendide essenze di immortalità.
La verità è che si annoiano. Ma moltissimo. Si annoiano di se stessi, del loro percorso, di essere dove sono, del loro lavoro, compagno, vita, eccetera.
E quindi, cosa c’è di meglio che reinventarsi da capo? Raccontarsi una favoletta saccente o scema, a seconda?
Potrei mettermi nel cesto anche io, solo che non sono molto brava a fingere cose che non so fare, dire, essere. Mi scoprono subito. E me ne rammarico, sarebbe MOLTO più facile avere tanto vuoto da colmare. Vorrei in effetti, essere più futile. Forse lo sono già, non lo so.
Di sicuro, continua a non piacermi la gente.

a me non piace la gente.

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A me non piace la gente. Soprattutto quella che si inventa lacune per poterle riempire a piacimento. Ho conosciuto troppi sul genere: decisi a decidere chi e come siano gli altri per poi affibbiargli pensieri, sentimenti ed azioni. Soprattutto CATTIVE azioni.
Magari mai fatte e tantomeno pensate.
E lì si diventa pezzi di cera, bamboline voodoo ad uso e consumo dei creativi di vite altrui da trafiggere con occhiate, sentenze, sorrisi simpamichevoli e stronzate del genere.
Non è sbagliato supporre, ovvio, ma appioppare acriticamente agli altri CHI e COSA piace a noi siano. E quanto di smentiscono, sarebbe intelligente rivedere le proprie posizioni.
Sarebbe. Rivedere. Condizionali e revisioni sono impensabili per questi granitici kaimani voodoo. Bramano la carne fra i denti. Il sangue della sconfitta che gli lorda collo e artigli.
E tu, inevitabilmente, perdi il controllo, la voglia, le forze, il sorriso, la gioia di essere chi sei. Che altro non PUOI né VUOI o DEVI essere.
Ma loro non ragionano per empatia. Sei solo uno strumento, un oggetto con cui cincischiare per farne un bel gioco mentale, per arricchire vite altrimenti vuote, e che tali resteranno dopo il tuo passaggio, perché sono setacci che non trattengono nulla di buono. L’unica consolazione è che tu imparerai a lasciarli alle loro bieche alchimie di sangue, dopo avere imparato ad evitarli. E saranno convinti che tu sei brutta e cattiva o solo imbecille e manipolabile per averli rifiutati.
E loro? Cercheranno altre vittime, soli e senza cuore, perché il loro l’hanno già mangiato da tempo.
Per me, possono pure morire mummificati, gelati dal sorriso fugace alla resina. L’unico che mi viene.

Stanotte ho sognato di essere Glauco.
Ero la mia versione di mio fratello.
Non volevo nulla.
Non volevo niente del mondo.
Vivere aveva un gusto suprefluo.
E chiedevo a mia madre di bruciare qualunque mia cosa, abiti libri suppellettili.
Vagavo per le strade di notte senza scarpe.
Un successo letterario amatoriale suonava come una condanna, e lo fuggivo.
Fuggivo e fuggivo.
Non saprei dire se fossi depressa o che altro, solo non volevo più vedere alcun essere umano che mi fosse legato.
Non sopportavo più le aspettative, i sentimenti, i complimenti o le rampogne: tutto era talmente pesante e oppressivo che appena riuscivo a respirare.
Niente di autolesionistico, voglio si chiaro.
Ma avevo chiaro solo un obiettivo: scomparire, dissolvermi nel cammino. Vivere una pura vita animale. Come un Diogene, o un cinico.
Niente altro. E pure questo essere barbona senza più nome, era il minimo che potessi accettare.
Fosse stato per me, avrei smesso di esistere.
Il buon senso è durissimo a morire.
Ho sognato di essere te. Ho capito qualcosa di più. Forse, di te, o forse di me.

fotoscioppiamoci l’anima

L’epoca attuale è definita postmodernismo.

Io invece la definirei Adolescentismo.

È come se tutto il mondo si fosse arrogato il diritto di fluttuare, continuamente, senza uno spazio o un’identità precisa, arrogante, egocentrico, pronto a scaricare ogni responsabilità sul prossimo, consumisticamente trasgressivo. E tutto questo non investe semplicemente i giovani (che ne hanno ben diritto), ma qualunque fascia d’età.

È un momento tragico, quest’epoca. È come se tutti potessero essere adolescenti, incapaci di scegliere, ragionare, divertiti dal dolore, investiti di diritti sul prossimo e costretti a photoshoppare ogni loro cretina espressione umana.

Situazione tipo: un uomo di più di 40 anni con tre figli e una moglie si innamora di una ragazza di 20. il suddetto uomo potrebbe perlomeno sentire rimorso, sentire qualcosa nei confronti della propria vita, progetto, un sentimento serio e profondo che lo fermi prima di fare qualcosa di irreparabile. E invece no, la vita è breve, sono ancora giovane e comunque mia moglie è vecchia e non me la dà come prima.

C’è la tendenza al giorno d’oggi di non prendersi responsabilità, di navigare a vista e dare colpa agli iceberg di trovarsi sulla propria rotta anche se si vira a casaccio, in preda a ubriachezza molesta.

Come se tutte le nostre azioni fosse imputabili agli altri e al destino e mai a noi stessi.

Situazione tipo: una ragazza incontra un ragazzo, le cose vanno male. Poi ne incontra un altro e ancora male. Dopo una serie di dieci fallimenti con persone tutte diverse questa ragazza cosa penserà? È colpa dei ragazzi, son tutti stupidi, stronzi, traditori, eccetera. Non forse lei che sbaglia qualcosa nella relazione. E giù un fiorire di post pseudo depresso-drammatici sui social network a volte tocca fingere di essere felici anche se dentro sei triste. Tremendo.

oltretutto nessuno che si chieda se un suo aspetto caratteriale sia un po’ antipatico, antisociale, diciamo. eh no: che sia stronza, simpatica, iettatrice o che altro voglio io sono IO e non mi piego. perfetto, poi lamentati della solitudine, mi raccomando.

fiera di essere stronza.

Io mi sento una persona vecchia in questo contesto. Vecchia. Credo sia la serietà, mi fa almeno  diventare una quarantenne. È questo che spaventa? La serietà? Ma tutto è serio, profondo, grave, tutto. Non si può pensare di spezzare cuori, menti e anime così a casaccio per affermare il proprio egoismo, e poi piangere e pretendere attenzione per se stessi (parlo di sentimenti, ma la metafora è espandibile): vivremmo in un mondo di bambini capricciosi che tengono il muso per anni, senza parlarsi, senza andare mai verso l’altro e prendersene il carico, la responsabilità, il respondeo habilis, cioè il saper rispondere di quello che si fa.

È così sbagliato mettere radici, valori e desideri in crescita? Così antiquato?

Non so, immagino una società fatta tutta di adolescenti piagnucolanti che gridano di continuo E IO?E IO? e mi viene solo una gran tristezza.

pegno

non fughiamo dubbi: oggi non c’è pane.

nemmeno per i poveri, figuriamoci per i miseri e i viventi.

non vogliamo allungare la pillola o rendere meno sollecito il raccolto.

sappiate solo, che si morirà, e del peggiore morbo mai visto: l’unico, l’umido, il silenzioso perdere traveggole.

viviamo in tempi magri, magri di idee, e anche di sentimenti.

eppure, da qualche parte, germogliano le patate, quei tuberi tanto poco estetici, nascosti al mondo, ma tanto utili.

quelle biglie bianche, da qualche parte, ci sono. basta solo aspettare la luna nuova, raccoglierle e farne un bel purè, un purè d’amore.

ecco, la mia romanticheria per oggi è stata consegnata.

mi sento tanto una patata oggi, per niente esteticamente appetibile, ma pienissima di amido e nutrienti.

buon segno?

buon pegno. d’amore, ovviamente.

 

sembra un culo, più che un cuore.
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