timbri

ex libris

Mi sono comprata un timbro ex libris personalizzato. Sai che mi piace leggere, mi hai sempre vista leggere. Tu leggevi quasi solo fumetti, hai iniziato tardi e in un certo senso ammiravi il mio desiderio di sapere. Sono sicura che un po’ lo detestavi, ma cosa non si trova irritante e insieme bello delle persone a noi vicine?
Nonostante questo, i tuoi libri di bambino avevano scritto con bella scrittura, arzigogolati un “Proprietà di Glauco Bosio”, a volte ci disegnavi un Paperino brutto sotto.
Mi piaceva vedere quei libri di una generazione diversa dalla mia, vedere la scritta e pensare all’impegno che ci avevi messo per tracciarne l’appartenenza.
Anche a me piace farlo, ho avuto per tanti anni un timbro con una V fiorita, poi la mamma mi aveva regalato una V a pressione, molto elegante. Oggi mi sono regalata un timbro ex libris con un gatto degli stivali e sotto ho fatto la scritta “Proprietà di Viola Bosio”.
Mi piace avere delle scritte di me addosso, passavo le ore a rielaborare il nome (ora si chiama lettering e lo trovano tutti fichissimo, nella mia adolescenza era una cosa da sfigati cronici).
La mamma ci cuciva addosso le etichette sui vestiti che portavamo in colonia, per non disperderli nella folla, le timbrava con un inchiostro speciale anti lavaggio e per secoli ho avuto magliette, pantaloni, costumi, istoriati del mio nome. Mi dava sicurezza portarli in giro, un senso di appartenenza, appunto. Ero sicura che non mi sarei persa, che la mia famiglia mi avrebbe sempre ritrovata, in qualche modo, e anche io avrei saputo chi ero, di preciso. Ero io, ViolaBosio, quella dell’etichetta.
Mi piace pensare che io e te abbiamo condiviso questa necessità di nominare le cose, le persone, i luoghi. Anche se quella saccente, scrivente e leggente ero io, sono sicura che hai lasciato le tue tracce in giro, in qualche modo. Una sorta di aura glaucosa, in tutti i posti che visitavi e camminavi in circolo per segnarne il territorio, come i gatti.
Intanto penso al timbro e al proprietà di. Proprietà di Me e di Te.

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inferno

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Quel momento in cui tutto si immobilizza e un vento di inconsistenza, veleggia, sulle acque nere.
Tutto appare vetrificato, persino le intenzioni hanno gli occhi spalancati, in cocente attesa.
E la sensazione che il freddo arrivi di colpo, insieme al caldo del magma interiore, è lì, tutta tesa, tutta in testa, mentre il cuore ti conforta con la coscienza dei tuoi meriti ed opportunità guadagnate.
Non c’è modo di saperlo: accadrà qualcosa o non accadrà nulla?
Esiste poi qualcosa dopo questo gelo infernale?
Me lo immagino così, l’averno dell’ignavo: non avere concezione del secondo successivo, nel piattume del lago catramoso, giusto i fiati delle bestie a fare tremare l’aria e i sensi.

assenza

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“Può esistere un lutto della mente, dell’esistenza umana, del senso di vivere?”
Si chiese Ottavia al volgere del giorno. Nella sua casa sull’oceano, in uno dei tramonti travolgenti che ogni sera inondano di luce dorata le pareti candide, era tormentata.
Aveva fuggito la vita, lo sapeva bene. Non sopportava più le dinamiche untuose e presuntuose del mondo normale: gli sguardi di cordoglio di plastica, i centri nervosi fibrillanti nella difesa continua del proprio micragnoso territorio fatto di consuetudini, vizi, conquiste sanguinolente, e infine la sensazione che l’aria fosse troppo piena dei respiri altrui.
Non ce la faceva più, banalmente. Non voleva ritirarsi dal mondo per un ipotetico ascetismo. Voleva non essere più nel mondo, annullarsi con cautela e senza pubblicità come identità totale, sciogliersi in volute di fumo e indolenza, come nelle pubblicità dell’assenzio della Belle Epoque.
Appoggiata alla portafinestra, fingeva di non avere più un nome.
Aveva la sensazione che sarebbe rimasta lì per sempre, in quel momento eterno.
Poi sentì un rumore, un fruscio di ali e zampe felpate.
Girandosi, il gatto si avventò per sbaglio su di lei, lo prese in braccio. Quel corpo piccolo, morbido, delicato e insieme letale, gli occhi di giada puntati nei suoi.
Forse un motivo lo aveva, per non essersi dissolta nel tempo come sale nel mare.
-Ciao, coccolone, sì, anche io ti voglio bene.
Il micione trillò di gioia, socchiuse gli occhi e si fece accarezzare a lungo.
Ottavia non era ancora convinta che il lutto l’avesse lasciata. Un senso ancora non lo aveva.
Uscendo sulla spiaggia, aveva la massa d’acqua nera di fronte a sé. La sovrastava, come il più onnipotente degli dei lovecraftiani, altrettanto incapace di pensare oltre alla sua folle danza, biascicante e gnaulante, incosciente dell’esistenza del cosmo oltre a lui.
“Proprio come gli esseri umani che ho lasciato, incapaci di entrare nelle menti degli altri”.
Perché Ottavia era stanca di poter capire il prossimo e trovarlo così deludente, così uguale a sé stesso, capace solo di giustificare la propria pochezza con un ‘siamo tutti esseri umani, chi non si darebbe al peculato, potendo!’. E lei rispondeva ‘io no, per esempio’.
L’esistenza di un vasto cielo di ottimi propositi non gli faceva nemmeno venire il dubbio di essere degli impostori.
“Esiste qualcosa oltre la delusione? Esiste un momento di comprensione, gioia, sfinimento per la stessa che non sia inquinato dall’egocentrismo pigro?”
Come se fosse stato diverso per lei. Invece di cambiare le cose, era scappata via.
Le mani scarne e mangiate dalla lebbra le salirono al viso, pieno di cicatrici e senza più naso.
“Invece di cambiare le cose, sono scappata via”.
Da lontano la sagoma del gatto si stagliava contro la massa nera dell’oceano.

 

l’incoscienza

incoscienza
#itsnicethat #instagram

Hai mai pensato alle cose che conosci COME sei giunto a conoscerle?
Intendo quelle che più o meno tutti secondo te sanno e che ti stupisci quando scopri che altri ne sono ignari.
Nozioni facili: i nomi delle strade, i negozi della zona, le targhe delle auto, e tutte quelle minuzie pratiche, curiose, indipendenti che vanno a fare parte del sostrato base, della terra vergine su cui tutto il nostro identitario si fonda.
immagino che nessuno ti abbia mai spiegato come ci si debba lavare il viso, quante volte, quanto sapone, quanta acqua o per quanto tempo. Oppure che non ci sia niente di meglio che la spugna di cotone per asciugare la pelle. Oppure che in vacanza si va al mare e non, che ne so, a sostare davanti alle stazioni.
Chi ti ha insegnato che la mattina si fa colazione con latte e caffè? E se fossi invece in errore e dovresti invece mangiare papaya e carne di scimmia affumicata? Perché proprio latte e caffè?
Sono domande oziose, da scetticismo totale o potrebbero essere intelligenti andando a sondare il vero profondo carotaggio del sé più veritiero, quello basato sulla consuetudine che ci accomuna come esseri viventi che nascono, mangiano, respirano e defecano?
Esiste un nocciolo duro di noi, oltre tutto questo addossarsi di strati sottilissimi e pesanti fatti di oggetti, abitudini, pensieri ben calibrati, minuzie, oggettività non così tanto oggettive?
E se esiste, dove si trova, a QUANDO risale? In che momento della nostra esistenza si manifesterà davvero, se si è già manifestato, come reagirà?
Potrebbe essere tutto un inganno che ci siamo imposti, un enorme palco di legno oltre il quale siamo null’altro che sagome di cartapesta. Qualcuno sarebbe pieno di orrore per questa teoria.
E se fosse invece molto riposante? Se la coscienza di non esistere in sé e per sé ma di essere come le formiche operaie, parte di un unico organismo cieco, anch’esso senza scopo, lanciato nello spazio su un pezzo di roccia incandescente a girare vorticosamente nelle infinità del nulla?
Domande normali, o anormali, dipende. Io, esistesse un referendum interspaziale, voterei per l’incoscienza.

Crociera giorno quattro

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17 gennaio 2018 – quarto giorno, gita a Falmouth, Giamaica

-Si è poi scoperto che la RC in realtà ha solo in concessione quel braccio di Haiti. Fino al 2050. Che concede a circa cinquecento locali di lavorarci con un ricavo di dodici dollari su ogni turista raggirato. E che questo ha rilanciato il turismo haitiano. Sarà, ma a me pare sempre schiavismo travestito.
-Altro paese misero, altra farsa.
Musica a mille, venditori di qualunque cosa. Negozi di GIOIELLI low cost, perché pare che ai croceristi piaccia un sacco comprare diamanti e affini.
-Piscine, karaoke e nemmeno una spiaggia. A meno di farsi portare a Montego Bay, pagando ovviamente.
-Ho bevuto della vera acqua di cocco e mangiato ananas, ottimi col retrogusto di machete usato dal venditore, che ci ha spillato $14, sfamandosi credo per un mese abbondante.
Due caffè piccoli (rispetto al mezzo litro standard americano) $6 e niente wi-fi. Due bevande (ice tea senza zucchero e birra giamaicana) $11.
Almeno il wi-fi andava, in piedi contro ai muri con altri scemi come noi, tagliati fuori dal mondo (non tanto per i social, ma per sapere se fosse capitato qualcosa di importante a parenti e amici).
-Un pezzettino minuscolo di Giamaica vera l’abbiamo visto, però.
E dopo quindici minuti siamo fuggiti a causa dell’assedio continuo di tassisti e imbonitori di giri turistici: cinque ogni venti passi, uno ogni quattro.
-Pare un posto molto letargico, scazzato e pieno di edifici scrostati.
Fa caldo e credo che unito alla diffusa povertà (niente di drammatico, a quanto pare), quasi nessuno abbia voglia di sbattersi in qualche attività faticosa.
-Può insorgere un’allergia auricolare al quarantesimo minuto di fila di Bob Marley suonato ovunque?
-Pensare che questi carrozzoni ridicoli di terraferma siano soddisfacenti per la totalità dei passeggeri (le facce non mentono), mi rende triste.
-Ho perso un sacco a Machiavelli, che pippa sono.
-Signora giapponese che ha preparato un piatto bellissimo ed equilibrato al marito che glielo ha tolto di malagrazia e fretta dalle mani, hai tutta la mia solidarietà. La prossima volta sbattilo sul tavolo e fagli volare il cibo ovunque.
-Due anziane vedove americane che hanno ammirato le foto di Orfeo (il nostro gatto) e io del loro ragdoll pelosissimo.
-Hanno dei cuscini PESSIMI. Avessi trovato un posto fuori casa, come alberghi, ostelli, hotel, navi da crociera che ne avesse di buoni, uno solo.
-Per evitare che tu stia troppo seduto nei ristoranti, ti rubano i piatti usati, anche se non sono vuoti. Mai pensare troppo mentre mangi.
-Il PINNACLE CLUB pare sia un luogo elevato (in tutti i sensi) dove i VERI nobili della crociera nobile si ritirano dagli altri per non mescolarsi, con tanto di ristorante, suite e area strettamente riservati. (Ci vediamo stasera a “Sigari sotto le stelle”!)

Crociera giorno tre

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16 gennaio 2018 – giorno 3 – gita a Labadee, Haiti

 

-La Royal Carribean ha comprato un pezzo di Haiti.

Rifletteteci con calma.

Una compagnia croceristica che fattura MILIARDI di dollari ha comprato un pezzo di un’isola abitata da gente POVERISSIMA e la fa pure lavorare lì, spacciando la sua arte come artigianato da croceristi presuntuosi che l’appenderanno in bagno vicino alla stampa di una locandina. E gli stessi haitiani, dopo le 16.00 si ritroveranno in miseria e presi in giro da questi buzzurri internazionali che mangiano loro in testa e si bullano di una cultura millenaria (o che ne so) NON loro sfoggiando l’artigianato locale nelle cene con gli amici.

-Se fosse NOLEGGIATA, se RC facesse poi delle donazioni, se il governo haitiano non fosse così disperato, sarebbe diverso.

Ma la pantomima tirata in piedi con musicisti, facchini, ragazzi e uomini trattati esattamente come dipendenti (cioè schiavi) RC ha del grottesco, blasfemo, osceno.

-Esattamente come l’esperienza di SHARING DINNER di ieri in cui un commerciante in NUTS (ah-ah, per in non americanofoni indica noci e anche testicoli) pennsylvano e un fattore svedese si lamentavano del servizio peggiorato delle crociere negli ultimi vent’anni. Le serate di gala prevedevano FIORI E CANDELE e quattro camerieri almeno per tavolo, che tempi infami! E la moglie del commerciante si è lamentata col cameriere lecchino da contratto che stava che offrire champagne per tutti per scusarsi a nome della gloriosa RC.

-Mi rendo conto che molta parte dell’Occidente concepisce la povertà con un paternalismo benevolo rivoltante.

Avrei dovuto gridargli che sono stata povera anche io e che non ha nulla di dickensiano o fiabesco la cosa.

Che lo champagne poteva berselo da sola e farci un bagno, che nemmeno mi piace.

Questo socialismo deamicisiano è tremendo, e lo svedese che diceva quanto sia TROPPO SOCIALISTA il welfare del suo paese, beh, fa vomitare tutto il senso etico tra i fiori e le candele mancanti.

-Mi piace la crociera, ma fa male. Esistono molti croceristi di elezione, convinti di MERITARSI i privilegi, incapaci di comprendere che sono per larga parte soggetti a un’ottima sorte. La perseveranza alla povertà, a meno di vivere nel dopoguerra, non ha mai fruttato più che un pasto caldo per il giorno dopo. Eppure, sono convinti basti questo per ESIGERE fiori, candele e i quattro camerieri al tavolo.

Il commerciante dice che ha contato almeno trentotto provenienze diverse fra gli schiavi RC e quasi nessun europeo, che erano del resto i MIGLIORI come servizio.

-Non sono cattive persone.

Solo non gli interessa la compassione, quella non fa fruttare in NUTS a Natale il sessantapercento dell’annuale, oppure non fa coltivare patate e carote o compra i quattro anelli sulle due mani della moglie svedese. Non fa cifra tonda e nemmeno di scarto, nel bilancio delle loro fruttuose esistenze.

La compassione VERA (non quella mielosa del prete da oratorio) costa una fatica etica e morale profonda, in fondo è tutta questione di consapevolezza. I due businessman sono perfetti come sono, solo sapere che oltre al loro naso d’oro c’è la desolazione e molta felicità incomprensibile (senza fiori, candele o quattro camerieri europei per tavolo), sarebbe solo un bene e gli eviterebbe certe figure meschine con camerieri e vicini casuali.

-Il mare dei Caraibi è ACCECANTE, umido e caldo. La sabbia è farinosa e ci dormirei avvolta. Ho fatto il bagno due volte e ho preso molto sole. Ne sono fiera.

-Leggere, scrivere e giocare a carte sono cose da anziani. E ne sono fiera.

Crociera giorno 2

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15 gennaio 2018 – giorno due di crociera

cose che ho imparato dal primo giorno (transitorio, in realtà) sul mondo parallelo delle crociere:

Si può mangiare QUALUNQUE cosa a qualsiasi ora in quantità smisurate. Eppure, gli americani mangeranno sempre il piatto più grasso, calorico e povero di nutrienti.
Sull’ascensore mettono il giorno della settimana perché si perde la cognizione del tempo (confermo la verità di questa percezione).
Leggere, scrivere, fare giochi mentali è roba da NON festaioli e qua è ovunque e persempre festa.
I poveri lavoratori sono gli schiavi dell’epoca contemporanea: lavorano moltissimo, devono sorridere sempre, essere cordiali e li pagano una miseria. Infatti sono quasi tutti immigrati e/o poveri diavoli. Mi dispiace farli faticare di più.
I bambini hanno delle zone tutte loro (vero-finto lunapark, piscine-gioco) che se sei abile a propinargli li risucchiano per sempre.
Gli americani si vestono male, mangiano male, urlano e poi devono correre sulla pista apposita per i malati di footing, con vento tipo bufera causato dal moto della nave e dalla bassezza del ponte.
Sono sicura che i lavoranti ci detestano tutti.
È la patria dei vizi, solo per la fornicazione si cerca di andare sul discreto: incontri per single in serie.
A un certo punto ho smesso di pensare. Complice lo stordimento da fuso orario/cibo/dormite millenarie. È una sensazione davvero buffa, mi fa sentire un animale da fattoria.
Ci si abitua troppo alla svelta a non pensare e il tempo ha una forma molto strana: elastico, fluido, senza ritegno.
L’oceano è bellissimo e starci davanti la mattina è un toccasana: blu, azzurro, vento e ancora blu.
Oltre a smettere di pensare, smetti di parlare. Anche perchè il frastuono impedisce qualunque discorso oltre i gridolini di giubilo tipici.
Le piscine sono assaltate da orde di persone, in particolare quelle idromassaggio.
I crocieristi di professione hanno cose e strategie a cui ho pensato solo dopo (perché poi?).
Tutti girano con ENORMI beveroni che poi lasciano vuoti ovunque. Si piscia ogni mezz’ora.
Si cammina per chilometri, anche se non sembra.
I vecchi sono quelli che preferisco. È pensata per loro questa esperienza.
Ti fanno pagare anche l’aria che respiri inavvertitamente di troppo.
INEBETITUDINE è il termine giusto. Sono inebetita. Molto diverso da BEATITUDINE.
Mi manca il mio micio; abbiamo concordato che qua gli animali sono dei grandi assenti. Una colonia di felini sarebbe il massimo, anche se logisticamente infattibile.
Gli americani non conoscono machiavelli (il gioco di carte). Un punto a favore, “Woah!” hanno esclamato. E giocavano a bridge. Medito di iniziarli al gioco.
Sedersi e osservare la gente è lo sport migliore del pianeta.
Mi manca micio Orfeo “MAUUFH!”.

i libri non sono importanti

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Lo spunto nasce da questo articolo: http://www.finzionimagazine.it/f/i-libri-non-sono-importanti/
Ne riporterò alcuni stralci, commentandoli mano a mano, e poi, vediamo le conclusioni che si tirano, a partire dallo stile che è veramente pedante e verboso e fa passare la voglia dopo due minuti e la conseguente incoerenza con il contenuto di fondo (per scrivere così DEVI avere letto molto, male, ma molto).

“I libri non sono importanti. Nonostante questo sembra che siano diventati oggetti magici, sia nel senso di Propp che in quello di Zelda (the legend of). Basta avere un libro vicino per sentirsi più intelligenti ed è sufficiente aprirne uno per diventarlo.”

La civiltà umana si basa sui libri. La sua trasmissione, sviluppo e persino declino, viene di conseguenza alla scrittura, che sia su libro, tavoletta, stele o graffito murario. Così, l’intera storia cancellata a casaccio.
I libri SONO oggetti magici, perché, come diceva Socrate, registrano il pensiero umano, lo rendono trasmissibile e nel contempo lasciano aperta l’interpretazione personale. Io quando leggo sono nel libro, affondo, e spesso è difficile farmi tornare indietro del tutto.
Se fosse come dice, se essere intelligenti funzionasse per irraggiamento o osmosi, beh, basterebbe passare due minuti in biblioteca per sentirsi dei geni. Forse, e dico forse, confondere ciò che appare da ciò che è, non è il massimo. E aprire un libro non significa nulla: bisogna leggerlo, entrarci e digerirlo.

“Nonostante questo i poveri lettori forti, accerchiati dall’ignoranza e dall’analfabetismo di ritorno, si sono visti costretti a coniare una categoria a partire da una negazione e tirargli merda addosso: i non lettori. I non lettori sono quelli che non leggono romanzi, poveri sprovveduti che, obliterata qualsiasi plausibile complessità morale e di pensiero, vengono ridotti a una larva di disinteresse nei confronti dei libri. Operazione antiletteraria se ce n’è una, a pensarci, quella di far confluire la diversità in un imbuto di ignoranza e anoressia spirituale, ineluttabile maelstrom per chi non è minimamente interessato a leggere un libro.”

Toh, 36 anni in cui non ho capito che ero io ad essere con il coltello dalla parte del manico. Che le prese in giro erano giustificate dalla mia grandezza culturale, spirituale e morale. Ohibò, me n’ero mica accorta dall’isolamento, dalle prese in giro, dai “secchiona” impliciti, dalle risate dietro la schiena, dallo sgomento di certi profi nel sentirmi parlare con il congiuntivo corretto.
Conosco delle persone splendide che leggeranno sì e no due libri a decennio. Che io parli di ciò che amo, non significa legarli a una sedia e obbligarli a leggere.
Semmai, la lettura amplifica le qualità e i difetti di una persona. Ma nessuno, nella mia vasta esperienza di lettrice, ha mai dato/pensato della larva di disinteresse a chi non legge libri. Almeno, le persone che leggono per passione, sulle altre non saprei.

“Il non lettore è una caricatura nel senso wittgensteiniano dell’esagerazione di un dettaglio poco rilevante nella complessità del campione. Sarebbe come se i miei amici sportivi mi identificassero in quanto non calciatore e annullassero tutto ciò che di positivo (nel senso matematico) mi pertiene, come la simpatia, per esempio, o l’uso esacerbante di termini desueti. Se un losco messaggero mi avvicina per strada, mi tira una pallonata in faccia e mi “suggerisce” di iniziare a dare calci al supertele, io gli rispondo: che cazzo vuoi.”

Sarà per lui un dettaglio poco rilevante, per me non lo è. La crescita culturale, umanistica è intrecciata profondamente con l’essere umani: togli la cultura (in senso lato) e avrai sicuro una persona meno consapevole di un mucchio di cose importanti nella vita. Che poi, possano non interessargli, altro paio di maniche. Tu pensa, visto che il calcio viene trasmesso e trattato come oracolo e verbo ultimo dello sport italiano, direi che i non calciatori (amanti del calcio), sono davvero trattati come creature rare.
E chi l’ha detto che chi non legge sia uno stronzo asociale e antipatico? Really?
Di sicuro avrà meno argomenti di conversazione, dimenticando il minuscolo particolare che quasi tutto l’intrattenimento nasce da una scrittura primaria dello stesso. Ma vabbeh.

“È vero, i libri non sono giochi di squadra, e nemmeno lavatrici, per riprendere una similitudine molto in voga; allo stesso tempo, però, la loro rilevanza culturale ha assunto dimensioni artificiali, un po’ come il bambino sfigato e scarsissimo che nessuno vuole scegliere al momento di fare le squadre al campetto e allora l’educatore della parrocchia prova a spiegare ai ragazzini che dovrebbero sceglierlo proprio perché è scarso e dunque, in qualche deviato senso, speciale. Diciamolo una volta per tutte: i libri non sono speciali ed escludere il compagno più scarso dalla vostra squadra è la scelta giusta.”

Vero che si dà una spropositata importanza alla lettura, essenzialmente perché per ora è l’unico modo per cui si possa educare ed istruire le persone. Fai tu scuola senza libri, visionando filmati su youtube, film, corti o facendo disegni esplicativi, oppure usando solo videogiochi, giochi di squadra e quant’altro non sia libro. Provaci, poi ne riparliamo. Se se ne parla è perché l’italiano medio NON legge libri. E non vuole. Buon per lui, dirai tu.
Sì, leggere è una roba da sfigati: non sale l’adrenalina, non ti ubriachi, non hai orgasmi e non monetizzi. Ed è da sfigati. Eppure, resiste a tutti i videogiochi, giochi di squadra e quant’altro, perché produce passione, una divorante passione che all’articolista manca: la passione del sapere, capire e comprendere. La passione per la cultura. E le passioni sono insensate, focose e non si estinguono facilmente.

“l problema vero è che la categoria dei non lettori è diventata una figura del discorso e una linea di demarcazione: noi di qua e voi di là. E voi contate talmente poco da (im)meritarvi una definizione all’incontrario, un’identità costruita a partire dall’elenco di ciò che non siete e che, giocoforza, dovreste essere. Dovreste. Essere. Imperativo mascherato da condizionale presente, fastidioso quasi quanto il rimbrotto coniugale al condizionale passato: avresti dovuto, e invece.”

Ecco, contiamo poco. Come i testimoni di geova. Ne parla come se fossi invidiosa di chi non legge, ma a ben vedere, mi pare il contrario. Dovremmo essere non lettori? E perché mai? O indica il contrario, quelli che dovrebbero essere lettori? Possibile, che lo si pensi, perché come un appassionato di calcio non concepisce chi il calcio non lo ama, pure i lettori non concepiscono l’indifferenza per il libro. E quanti a-calcistici protestano per le partite di calcio a tutte le ore, tutti i giorni, su ogni canale, con retrospettive infinite in televisione? Per non parlare dei giornali, circoli, corsi per bambini, isterie eccetera eccetera.

“Considerare i libri come oggetti magici che conferiscono proprietà spirituali a chi li maneggia e pensare che i libri facciano particolarmente bene alle persone nella misura della loro libritudine porta a devianze abbastanza preoccupanti. Come i libri distillati, di cui hanno parlato praticamente tutti (1, 2, 3 e 4) da tutti i punti di vista possibili e che implicano una frase che, se la leggessi di notte con le luci spente, la fiammella tremolante e un gufo che ulula sul ramo più alto di un vecchio salice nodoso, mi farebbe davvero rabbrividire: distillati o integrali poco importa, l’importante è leggere. L’importante. È. Leggere. I libri sono diventati lettura, si sono trasformati nella pratica che sottendono. Sarebbe come se un papà prendesse sulle ginocchia la figlia quattordicenne circondata da compagni di classe in piena tempesta ormonale e le dicesse: figliola, non preoccuparti di trovare la persona giusta, né che la prima volta sia speciale. L’importante è scopare. Ma babbo… Aspetta, fammi finire. Hai presente quel ragazzo che ti guarda sempre dall’ultimo banco? Quello brutto, con i brufoli, gli occhialoni e che puzza come una discarica? Proprio lui. Ecco, tu scopatelo, e poi vediamo.”

Ma allora ce l’ha con chi APPARE lettore ma non lo è? Qualcuno che legge per fare punteggio? E ancora con i secchioni sfigati! E il libro amuleto! (la noia, la noia totale in un argomento potenzialmente splendido).

“Se i libri si trasformano in lettura, la lettura abolisce i libri.”

Una sintesi per dire che l’editoria sta puntando su orribili narrazioni condensate, appunto per attirare lettori e fare punteggio. Quindi si riferisce ai lettori proposti dai media, non a quelli reali. I testimoni di geova del libro, circa, solo più hipster?

“È come se i libri si impegnassero troppo a essere considerati dalla gente, e chi si impegna troppo spesso ha la coda di paglia, o anche peggio.”

Veramente, i libri sono oggetti e non fanno proprio niente. Semmai sono le logiche di mercato, dove tutto è un prodotto da consumare in due minuti per poi buttarlo a farli diventare così. Perche di per sé, leggere è una cosa estremamente lenta, dilatata, che richiede riflessione, e badate che la lentezza non si intende in senso cronologico, più bergsoniano (tempi dell’anima, diciamo, visto che adora citare a casaccio). Infatti, i lettori ricordano tutti i loro libri e ne leggono di nuovi collegandoli insieme, come una rete emotivo-neurale infinita. Un libro che dimentico, è un libro che non ho letto e magari non rileggerò. Un libro che ricordo, o rileggo per il gusto di ripeterlo in me.

“Esposito, invece, è un tipo normalissimo a cui non frega nulla dei libri ma preferisce guardare le serie tv e giocare ai videogiochi, invece di studiare per l’esame. Magari va pure a un concerto, ogni tanto, o a una mostra, e di certo non viene a spaccarci le balle con gli hashtag e il cibo dell’anima ma rimane nel suo, senza pretese di necessità morale. Insomma: Esposito è un tranquillone, Pierobon un rompicoglioni che non supera nemmeno la prova. Chi vorreste come compagno di banco, tra i due?”

In sostanza, un concorrente di reality show. Questo non fa un cazzo, ma fa simpatia. Ecco perché ho detestato il liceo e le medie, ora me lo ricordo: era piena di Espositi, i morti che camminano.

“Guardare un film o una serie tv, giocare ai videogiochi, ascoltare musica e leggere un libro hanno lo stesso statuto, partono entrambi da cinque e mezzo. Solo che, al contrario dei cuginetti, il libro si impegna troppo, si sente più importante degli altri, si arroga la presunzione della propria miglioratività, come se essere letterario fosse un upgrade. Ma essere letterario non è un upgrade, come non lo è essere cinematografico o seriale, e i promotori dei libri si impegnano un po’ troppo per convincerci e questo, com’è normale in ogni attività e relazione umana, allontana i potenziali lettori, invece di avvicinarli. Perché Esposito ha passato l’esame non solo per meriti personali ma anche, se non soprattutto, per demeriti altrui. È l’idiozia di Pierobon a spingere Esposito verso il traguardo, come una profezia che si autoavvera, ma al contrario.
Se i discorsi attorno ai libri continueranno a perseguire questa strada, se la massa critica dei messaggeri della lettura continuerà ad aumentare e diventerà ancora di più parte di un discorso culturale collettivo, rischiamo seriamente di fare la figura degli idioti davanti al 99% degli italiani che non siamo noi e di fallire pierobonescamente l’esame, che poi è l’esame del mercato, ed è il mercato che permette agli editori di pubblicare i libri ed è il mercato che permette agli scrittori di continuare a scriverli. E forse è Fabio Volo che dà la possibilità ad Antonio Moresco di sfornare mattoni.”

Il libro non si sente proprio niente, non ha un sistema nervoso centrale.
Ah, ecco: Esposito è un coglione con troppa fortuna. Lo dicevo io.
Ecco che ci arriviamo: questione di mercato. Mercato.

“Per questo Finzioni cambia, per essere un sito che non ci prova troppo a parlare di libri, che non si impegna troppo a contagiare i non lettori e che, semplicemente, si diverte, fatto da persone che si divertono a leggere i libri e a guardare i film e le serie tv, a giocare con i videogiochi e a farsi i fatti propri, cullati dalla beata ignoranza. I libri non sono nulla di più che libri, oggetti culturali in connessione con altri oggetti culturali e con le persone con cui vengono in contatto. Niente di più e, soprattutto, niente di meno.”

Cioè, basare un sito sulla nonpassione pensa davvero che lo porterà tanto lontano?
Quindi si tratta di disimpegno, niente altro. L’unico dogma del contemporaneo italiano medio: divertiamoci e dimentichiamo tutto dopo cinque minuti. Un mondo popolato di Espositi che passano l’esame perché hanno avuto culo, per l’arte dell’arrangiarsi, perché gli andava così e non aveva tempo di studiare un libro d’esame, doveva giocare a GTA, scopare la vicina bbona e sfondarsi di alcool e droghe leggere.
Mi pare giustissimo, a questo punto, fare parte della schiera dei lettori, se per logica di mercato mi devo trasformare in un Esposito, l’ameboide degli anni duemiladieci.

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Sono Giulia e sono una studentessa dell'Università degli Studi di Padova. In questo blog tuttavia condividerò con voi un'altra mia grande passione: il mondo del makeup e della skin care. Scriverò recensioni dei miei prodotti preferiti, di quelli che mi sono piaciuti meno e di tutto ciò che riguarda il beauty.

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