Nausea

Certi toni di ammiccamento
Sono segnali che la partita
È persa, puramente cruda
Per una via e poi per l’altra
Il migliore dei pentimenti
È fingersi feriti, umiliati
Fuorviati

Dalle serie condanne
Dei poveri di immaginazione
Non c’è altro da aspettarsi.

Un meno ardito afrore
Sarebbe troppo falso
Ed io fingo meglio
A stomaco vuoto.

La nausea mi veste
E sveste le pareti
Di tutti gli organi interni.

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arresti

arcanoxiii

Un giorno, non molto lontano,
avrò gettato alle ortiche
i miei velleitarismi, ridotti
a mangime per la terra arida,

inseminata, così
fruttificherà e potrò cogliere
e confezionare le migliori marmellate
di sana insipienza. Con zucchero
e gelatina, all’ibrata,
spalmare i miei arrosti di male

e infine, poltrire felice
con la pancia piena
delle molte riscosse, dei tanti
golosi, che prenotano alle domeniche.

Per ora, faccio la fame.

Gocce 

Che tu dorma

e riposi

su questi pendii

che a poco valsero, 
Che tu scenda

trascinandoti il sangue

abbracciato a idee peregrine
che appoggi poi

la mia meno nota cospiratrice

sui tuoi puntuti scogli, 

gocce gentili e tiepide

a riempire il mare

del tuo scontento ardore. 
Che tu dorma e io vegli, 

come ali di corvo

sulle nuvole cariche di fulmini

che ti tiri dietro, alla gola. 

liver

È sopravvalutata
la libertà di parola,
pubblicazioni nero su bianco
delle nuvole di aggiornamento
gravitanti, sul mio stomaco.

È un sopravvalutarsi
ciclico, che s’è accresciuto
in secoli e secoli di buia virtù.

Dai fogli parigini
ai circoli viennesi
passando per madame de stael
e poi giornali, e quotidiani
e stampa, e fumetti
e cuore.

La livida coltre
che appare al mattino
al clochard, disteso
sul marciapiede grigio,
intravista tra cisposità e miopia
è tutto ciò che resta
della libertà di parola.

Meglio, molto meglio
coltivare la livertà.

contro natura

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Correre controvento
cospirare nel mentre
di un governo giusto, libero
e sano.

Il minimo spostamento
d’aria e virtù
si sente, da quaggiù
dove striscia il peggio
dove ammazza il buono.

Negarmi, negare
e poi ancora indossando
i panni degli altri
che mi stanno stretti,
son troppo rigidi, troppo stirati

e a me piace
sporcarmi di terra, di inibizioni
e di lunghissime porzioni di mutismi.

Andare con la corrente, per farsi nascondere
come un veleno travestito da cura
qui, nell’incavo del braccio
suggo il miele
del mio sole nero.