Digressione

Ho messo a seccare
le uova di drago
trovate sull’argine del fiume,
asciutto e polveroso.

Sotto strati di paglia
mercerie e nastri di nubi
su, sulla mensola più alta
nella cantina buia e salata

Le ho posate con ansia
mestizia e vergogna.

Sia mai che nell’inverno
si rompano e mi riducano
in cenere il cuore.

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Caustica

Digressione

Se ci penso abbastanza
ma poi neanche sempre
la parte che mi spaventa
potrebbe arretrare
imbizzarrita al contrario

Ma scuoto la testa
ronzano feroci i sentimenti
a farmi l’alveare nel cranio.

Un giorno crudele
potrò servirmi di veleni puri,
invece di queste miscele
buone solo ad amarare
la mia acqua di sete.

Acqua di sete

Digressione

Sottili fili
e medicamenti amari
con una bocca così aperta
scende goccia a goccia
lo tsunami del vento

E improvviso il classico
si fa eterno, imprevisto
il gesto minaccioso si placa

Sulla salita della prossima vetta
la mitica dea del qualunque
procede leggiadra, i veli a volare
a farle da apripista ordinato.

Dea

Digressione

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È un casino ben costruito
l’impedimento, accorpato
il sale si cristallizza sui bordi
e di bicchieri vuoti è ingombro il pavimento.

L’arte fine di non reagire
e la pioggia sottilissima in spilli
che trapassa i panni pallidi
e le novità estive.

Sul fuoco rimane una brace
che non si rassegna ad arrossire
e il cugino del minimo
ridacchia, stonato e sfatto:
nemmeno lui oggi
darà tempo agli occhi
di abituarsi alla luce.

spiagge

Digressione

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Il sé sempre un poco meno
attento e dedito a doveri e limitazioni
seduto, sul bordo
delle finestre e dei muri,
come un gatto, dorme, e vaga
con qualcosa da fare
mosche da morire e uccelli da sentire.

Punta, col naso, un minaccioso svolazzare
e infinito, come un sasso trasparente
furioso e furtivo, si inabissa
tra le cose del tempo asciutto
in un azzurro così intenso
da fare male.

È solo, ancora una volta
sotto il cielo
senza nuvole.

Nella muta del pelo
le scaglie cadono, in sordina
e il mare si ritrae, spaurito,
d’un motivo indecente.

Digressione

Alla fiera del fiore finto
il finale in canone eccelso
sulle votazioni al migliore haiku
si confusero tra gli ikebana
in pura plastica d’asporto.

Aspettai seduta
con la pazienza del monte
e muovendo i piedi e gli occhi
scorsi tra i petali e le foglie
un’ombra di terra e un cielo d’Alcamo.

Vibrai. Altrove.
Col mio cuore congelato
nel cono leccando
un sogno di nuovo.

Fiera

Digressione

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C’era una piccola medusa, era trasparente, piena di lucine colorate. Era nata in un mondo d’abisso, in famiglia piena di pesci ossei, sicuri di sé, opachi. Lei non sapeva nascondere i suoi colori ed era costantemente attraversata dal mondo dietro a lei. Non era molto espressiva, non si muoveva molto, non richiedeva molta cura e in cambio c’era sempre. Anzi, a comando faceva anche quel balletto di gialli e verdi e blu che tanto amavano i pesci ossei.
Nel tempo, la fluttuante inebetita creatura, vibrava, talvolta gelava e mai un suono le usciva dalla bocca che non aveva. Soprattutto di fronte al dolore, all’abbandono che tutto giustificava, la medusa.
Non usciva dai binari della sua medusità: chiari intenti, facilità di coraggio, poche forze.
Talvolta s’induriva, per mancanza d’acqua e ossigeno, ma bastava una goccia (lo sapevano bene i pesci ossei) e tornava come nuova. Fatta al 90% d’acqua, cosa voleva fosse importante il resto di sé?
Con precisione millimetrica, si infilò da sola in un bell’acquario stretto.
Il pescione stupido, osseo ovviamente, l’aveva catturata e lei ne aveva pure gioito: finalmente un posto sicuro, il mio posto nel mondo, inadatto agli esseri mutevoli e trasparenti!
Una scelta quasi fatale. L’acqua diminuiva e lentamente diventava di vetro, un giorno con l’altro, un vetro brutto, tutto a grinze, con lucine quasi spente. Il pescione era solo contento d’avere un soprammobile utile, la brava mogliettina da dimenticare ogni volta.
Medusa fece uno sforzo, uno ancora, il più grosso che avesse mai fatto: cambiò idea di sé.
Molte mani amorevoli le avevano gettato addosso gocce di acqua e di sangue e di luce, e una, in particolare, la innaffiava ogni momento, ogni secondo, con se stesso, con luce, calore, MARE.
Il richiamo si fece invadente, forte della sua viscosità apparente, scivolò veloce oltre i cancelli della gabbia.
Prese per mano il suo pulcino giallo, quell’essere meraviglioso che la faceva volare oltre a se stessa, oltre a tutto, oltre al buio d’abisso, fuggendo insieme, la medusa scoprì d’avere un paio d’ali, trasparenti.

medusa