senza fine

Il viaggiatore medio saliva prestissimo sul bus.
Alle 6.15 era già in stazione, nella bruma mattutina a tremare in attesa dell’autista, mentre un pallidissimo lucore roseo appariva all’orizzonte, inondando il marciapiede e i cementati campi di un colore quasi irreale.
A lui piaceva quel momento, era rinvigorente: l’odore del freddo gli riempiva le narici e il cuore.
Salì in silenzio nel bus gelido, un’occhiata di saluto all’autista e scelse il posto dietro il suo sedile, gli piaceva quell’intimità senza parole, quasi animalesca da branco che si sposta tutto insieme, semplici esseri umani trasportati. Sembravano tutti buoni a quell’ora della mattina. Persino la vecchia acida che si lamentava in dialetto, tutte le mattine, con il guidatore immusonito e grugnente.
Addocchiò i numeri dell’orologio digitale: rossi, invitanti, minacciosi.
Anche oggi segnava un’ora sbagliata, le 97:88.
Pensava, come tutte le mattine, che fosse l’ora di un altro sistema di conteggio, forse Maya, forse di qualche civiltà aliena.
Si divertiva a osservare le ore cambiare filtrate dal vetro curvo della protezione di fronte a sé.
Erano le 99:88, poi le 77:78.
Cambiavano sempre.
Sorrise, da solo. Avrebbe viaggiato in quell’ora per sempre, potendo. Piena di cose nuove e sempre uguali.
Si perse nel paesaggio del finestrino.
Poi, sussultando, osservò l’orologio da polso, era quasi ora di scendere. E vide 97:90.
Si stropicciò gli occhi. Lo guardò una decina di volte.
97:95.
– Mi scusi…
– Mhh… dica – l’autista incazzato.
– Ma che ora fa lei?
– Non vede sopra?
– Ma, non esistono queste ore…
L’autista lo guardò, con attenzione per la prima volta.
– Ma lei, dove crede di essere salito?
– Non è l’autobus delle 6.15 per Gargnano?
L’autista rise con i denti gialli e storti.
– Ha letto male: questo va a Garniano.
– Dove scusi?
Ma l’uomo si era seduto.
Il viaggiatore medio si sedette, sconsolato. Attendeva la propria fermata.
Non sarebbe mai arrivata, le strade erano un nastro continuo che collegava tutti i luoghi del pianeta, e l’alba non sarebbe mai arrivata.
Ogni tanto, osservava l’orologio, in preda allo sconsolato terrore: 98:99, 00:10, 25:45, che segnava con sospetta regolarità orari casuali.
Il nastro argenteo si sviluppava lunghissimo, imprendibile, senza soluzione di fine. Senza una fine.

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Ri

Rilancio
uno stallo confuso
e comprendo
il sacro invitato
in espansione
ogni volta che lo afferro:
scivola come un fluido
tra l’argento del sonno
colonna sonora di vangelis.

La miccia bagnata
sbilenca e molle.
Sul vuoto
calibro i lanci di bolidi
contando uno per uno
i bersagli mobili
che manco.

cent’anni

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Nel momento stesso
in cui la miccia si accende,
si accorcia il filo
e la memoria esplode
in pezzi minimi, connessioni rivali

tra le fronde dei sogni,
il maschio ad angolo vivo
difende dagli attracchi:
fischiano sulle teste dei Proci
palle in arenaria bianca e nera
e i magazzini in macerie
vuoti di granaglie e uomini.

La guerra dei cent’anni
dura un minuto
nella mia testa.
Scelgo sempre
il nemico migliore.

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Prendo massa.
Prendo peso
E perdo meno.
Mi preparo
Per l’agone.

Prendo massa
Attiro atomi
Uno via l’altro
Le abbondanze di molecole
Si sentono, in arrivo
Con leggeri fragori di bilie.

Il modesto compenso
Di un abito sdrucito
Riempito di massa, di masse
In massimi calcolati al netto.

Così, lievita, gravita
Divento un pianeta
Minuscolo, ma denso
Di nero fluido.

e continua a non piacermi la gente.

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E continua a non piacermi la gente.
Attenzione, non le persone singole. La gente.
Il magma colloso che tiene insieme quel mostro di bava, lacrime (fasulle) e prodotti organici di varia natura formato da teste, da braccia mani arti che sbraitano, piangono, oscillano, al vento del momento, del facomodo, del tutti lofanno, perché io non posso?
Come si suole dire: nel branco siamo individui senza anima, presi da soli dei bravi ragazzi. Ecco, balle.
Le persone pessime nel branco, lo sono anche da sole. Semplicemente gli fa comodo apparire carine e pucciose, per difesa, per convenienza, per solidarietà verso se stessi.
Infatti, messe dietro a una maschera (professionale, virtuale, amicale, eccetera) si sentono abbastanza al sicuro per tirare fuori il peggio di sé.
Il guaio è che quando hai l’opportunità di vedere oltre il personaggio, scopri che è tutta aria compressa. Che non c’è niente. O al massimo, i secreti corporei di cui sopra. Anzi, a proposito di secreti: tanti di questi individui, se ne ammantano. Si trincerano in fondo a tane buie e misteriose, millantando luccicanze varie. Ecco, non è vero. Palle. Come diceva Oscar Wilde: le donne (presto la parola e la sostituisco con individui) sono sfingi senza segreti. Perché gli manca quella pienezza che non si può simulare. E allora tronfi sbandierano doti, titoli, difetti, qualificazioni all’università della vita, splendide essenze di immortalità.
La verità è che si annoiano. Ma moltissimo. Si annoiano di se stessi, del loro percorso, di essere dove sono, del loro lavoro, compagno, vita, eccetera.
E quindi, cosa c’è di meglio che reinventarsi da capo? Raccontarsi una favoletta saccente o scema, a seconda?
Potrei mettermi nel cesto anche io, solo che non sono molto brava a fingere cose che non so fare, dire, essere. Mi scoprono subito. E me ne rammarico, sarebbe MOLTO più facile avere tanto vuoto da colmare. Vorrei in effetti, essere più futile. Forse lo sono già, non lo so.
Di sicuro, continua a non piacermi la gente.

In un’unità rosea
si scalda il giorno
e salta a piedi pari
nelle pozzanghere dorate.

Il meraviglioso fluire
dei capelli dell’alba
e le vicine imprecisioni
di foglie rotte, di venose mani bianche.

Mi cambio, nel primo freddo,
la nascosta imperfezione
lei, giustificata
e sonora d’ape e sciolti melliflui
mi fa scaldare
al troppo ardire
di me e te.

a me non piace la gente.

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A me non piace la gente. Soprattutto quella che si inventa lacune per poterle riempire a piacimento. Ho conosciuto troppi sul genere: decisi a decidere chi e come siano gli altri per poi affibbiargli pensieri, sentimenti ed azioni. Soprattutto CATTIVE azioni.
Magari mai fatte e tantomeno pensate.
E lì si diventa pezzi di cera, bamboline voodoo ad uso e consumo dei creativi di vite altrui da trafiggere con occhiate, sentenze, sorrisi simpamichevoli e stronzate del genere.
Non è sbagliato supporre, ovvio, ma appioppare acriticamente agli altri CHI e COSA piace a noi siano. E quanto di smentiscono, sarebbe intelligente rivedere le proprie posizioni.
Sarebbe. Rivedere. Condizionali e revisioni sono impensabili per questi granitici kaimani voodoo. Bramano la carne fra i denti. Il sangue della sconfitta che gli lorda collo e artigli.
E tu, inevitabilmente, perdi il controllo, la voglia, le forze, il sorriso, la gioia di essere chi sei. Che altro non PUOI né VUOI o DEVI essere.
Ma loro non ragionano per empatia. Sei solo uno strumento, un oggetto con cui cincischiare per farne un bel gioco mentale, per arricchire vite altrimenti vuote, e che tali resteranno dopo il tuo passaggio, perché sono setacci che non trattengono nulla di buono. L’unica consolazione è che tu imparerai a lasciarli alle loro bieche alchimie di sangue, dopo avere imparato ad evitarli. E saranno convinti che tu sei brutta e cattiva o solo imbecille e manipolabile per averli rifiutati.
E loro? Cercheranno altre vittime, soli e senza cuore, perché il loro l’hanno già mangiato da tempo.
Per me, possono pure morire mummificati, gelati dal sorriso fugace alla resina. L’unico che mi viene.

a

 

Sui viali
i merli saltellano
con gli occhi gialli e tondi
obiettivi lungimiranti,
sul tempo che sarà.

Crocchia il santo cielo
nei deserti alberati
tigli e cigli
corruschi.
Nubi di anemoni
e impiccagioni a buon mercato:
i frutti dell’autunno
sono crudelmente dolci.

Stagione di morti apparenti
e vite al tramonto;
nei crepuscoli vive
il signore albino Ultimo.

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